di Irene Piccolo, allieva del master “Il lavoro editoriale” 2025
Fare l’editor non è una scienza esatta. Da un lato, perché molto dipende dalla casa editrice, dal testo di partenza, dalle intenzioni dell’autore; dall’altro, perché il modo in cui si può lavorare su un testo è anche legato alla sensibilità individuale, che è alimentata a sua volta dal bagaglio di letture ed esperienze che ognuno porta con sé. Mi sono chiesta, quindi, che libri arricchiscano il modo in cui si può percepire un testo: in sostanza, che libri possano formare un buon editor, distinguendolo da una persona che semplicemente fa dei tagli a uno scritto. Ho intervistato Linda Fava che, dopo essersi formata presso la Scuola Holden e aver lavorato per varie case editrici (ad esempio ISBN e il Saggiatore), oggi è editor della narrativa italiana di Mondadori e docente di editing per Scuola del libro.
A proposito delle tue letture, ci sono dei libri che credi ti abbiano formata come editor? Dei libri che, ripensandoci ora, pensi abbiano cambiato la tua sensibilità al testo?
Prima di decidere di diventare editor, ma quando ero già una lettrice ferrata, per me è stata molto formativa una fase di lettura di racconti, come quelli di R. Carver, E. Hemingway, L. Berlin, A.L. Kennedy, A.M. Homes; tra gli italiani, ho molto apprezzato Simona Vinci, ma mi ha segnato anche l’antologia Gioventù cannibale (Einaudi, 1996) e ho approfondito gli autori che ne hanno preso parte, come Aldo Nove. Lo stimolo a concentrarmi sui racconti è nato da un’esigenza autonoma, ma anche dalla necessità di formarmi come lettrice esperta, prima che editoriale, mentre studiavo alla Scuola Holden per imparare io stessa a scrivere. I racconti sono testi brevi ma completi, che mirano alla perfezione strutturale: sono miniature esemplari, con ambizioni che il romanzo fatica a raggiungere così bene. Si prestano a essere analizzati e ridotti ai minimi termini. La prima cosa che deve fare un editor quando entra in contatto con un testo lungo, prima di un editing strutturale, è cercare di assimilarlo, capire quello che contiene, e per fare questo serve avere un intuito e senso del testo nella sua completezza. Quali sono gli archi narrativi? I percorsi dei personaggi? Cosa alimenta la tensione? Questo esercizio è molto più veloce e fattibile sul racconto. Ho fatto molta pratica grazie alla lettura di testi brevi e ho assimilato la forma mentis per cui, quando leggevo un racconto, lo smontavo e cercavo di capire come era fatto.
Molti autori sono anche editor, e viceversa. Secondo te è necessario saper scrivere per essere un editor?
Penso che sia necessario saper scrivere articoli, testi di base, come testi di servizio e schede editoriali. Esiste un’arte, un senso della storia, della struttura, un senso critico a prescindere dalla capacità di scrivere un buon romanzo, anzi: credo che molti autori sarebbero dei pessimi editor. C’è sicuramente bisogno della competenza tecnica della scrittura per fare editing, ma non penso serva il talento del grande romanziere per essere un buon editor.
Ci sono dei libri che hai letto di cui, per qualche motivo, avresti voluto essere l’editor?
Ho letto L’arte della gioia di Goliarda Sapienza quando già facevo questo mestiere, e ricordo di aver pensato che mi sarebbe piaciuto editarlo. Non tanto, o non solo, per lavorare con Goliarda Sapienza, quanto perché le avrei volentieri proposto qualche taglio.
Quindi si può dire che da quando fai l’editor è cambiato il modo in cui leggi per piacere?
Sì, fare l’editor ha sicuramente modificato il modo in cui leggo per piacere la narrativa italiana. Da un lato, perché mi viene spontaneo cercare di capire il lavoro che è stato fatto sul testo, chiedermi come potesse essere stato scritto in partenza (cosa che ovviamente non si può sapere, è impossibile desumere un editing partendo dal risultato finale); dall’altro, perché spesso sia gli autori che gli editor che hanno lavorato sul testo che sto leggendo sono persone che conosco: sembra sempre di essere in una stanza piena di persone che fanno il tuo lavoro, leggere la narrativa italiana. Non aiuta a staccare, quando ne hai bisogno! Ho mantenuto però la narrativa straniera come strumento di evasione e opportunità di lettura per puro piacere. C’è qualcosa nel sapere che l’autore non è italiano che mi fa entrare nel libro con una libertà e una leggerezza maggiore, senza attivare (quasi mai) la modalità editor. Un po’ come quando vado al cinema: essendo un mezzo di cui non comprendo tutto, di cui non mi sono mai impegnata a capire il funzionamento tecnico e strutturale, riesco a godermi un’esperienza da pura spettatrice, non acritica, ma almeno più spensierata.
Ci sono dei libri che, secondo te, ogni editor dovrebbe leggere? Dei romanzi perfetti da usare come modello per chi vuole formarsi sul testo?
Mi vengono in mente due nomi per due categorie diverse. Per quanto riguarda una perfezione stilistica, un autore italiano che, secondo me, non ha bisogno di editing è Michele Mari. Tra le raccolte di racconti di cui parlavamo all’inizio, per me è stata molto formativa Tu, sanguinosa infanzia (Einaudi, 1997); il suo romanzo Verderame (Einaudi, 2007) invece lo ricordo come un libro perfetto da tutti i punti di vista, non solo di stile. Per quanto riguarda un libro di riferimento per la struttura, ma in realtà impeccabile sotto ogni aspetto, è Un cuore così bianco (Einaudi, 1992) di Javier Marías: questo testo è una vera lezione di scrittura e di composizione del romanzo. La sua struttura è perfetta non solo nel complesso, ma anche analizzando le sue parti. Più ci si avvicina con una lente di ingrandimento al singolo capitolo, poi alla singola scena, più emerge un’intelligenza compositiva veramente esemplare.


