di Giulia Beccafico, allieva del master “Il lavoro editoriale” 2025
Non legge tutto il giorno – come molti credono –, non fa magie, e no: non basta amare i libri per fare il suo mestiere. L’agente letterario è una figura centrale e spesso fraintesa: mediatore, complice degli autori, interprete del mercato. Con Giulia Pietrosanti, fondatrice dell’agenzia omonima, ho parlato di editoria e coraggio. Ne è nata una conversazione appassionata e lucida.
L’agente è spesso la prima persona a “scommettere” su una voce. Quali segnali ti fanno capire che un testo ha davvero qualcosa da dire? Ti affidi a criteri precisi, all’intuito o al posizionamento editoriale?
Un agente, a differenza di una casa editrice, non ha una linea editoriale obbligata. Ma col tempo, finisce per costruirne una propria, riflesso della sua personalità. La mia agenzia, per esempio, rappresenta molti autori di narrativa letteraria, alcuni di saggistica, e diversi esordienti. Quando arriva un manoscritto, l’intuito è fondamentale. Si riceve moltissimo materiale e l’intuito si affina, ma va sempre nutrito con una conoscenza profonda del mercato. Essendo intermediari tra autori e editori, la prima domanda che ci poniamo è: a chi venderemo questo libro? Esiste un pubblico? Se la risposta è sì, allora esiste anche un editore.
L’intuizione è cruciale, ma va unita a una visione strategica: capire da subito se il mercato può accogliere quella proposta. Se il tema è attuale, entra in gioco la capacità del testo di offrire uno sguardo, anche nuovo, su ciò che è ricercato dagli editori. Quando succede, si accende subito una luce.
Nel tuo lavoro sei in dialogo continuo con editori, autori e sceneggiatori. Oggi, dov’è il cuore pulsante dell’editoria: nel testo, nel contratto o nella narrazione intorno a un autore?
Continuo a pensare che il cuore sia nel testo. Anche il libro più leggero deve essere ben costruito. Dobbiamo liberarci da certi snobismi: un caso editoriale può non piacere, ma se funziona significa che ha centrato il suo obiettivo. Per “testo” intendo anche il lavoro editoriale che lo accompagna. Ma oggi l’editoria forse ha tre cuori, come un polpo. Il primo è il testo; il secondo è la narrazione intorno a libro e autore – passaparola, marketing, coerenza del progetto; il terzo è il contratto. Un buon contratto è un’opera dell’ingegno: giusto, equilibrato, deve tutelare l’autore anche nei diritti e nelle clausole, non solo dal punto di vista economico.
Quali sono le qualità che un agente letterario dovrebbe possedere? E che consigli daresti a chi sogna di diventarlo?
Più che qualità, parlerei di attitudini. La prima è un’affezione profonda per ciò che scrivono gli altri. Un agente saper raccontare con entusiasmo e mettersi al servizio del testo. Serve urgenza, passione, la voglia di farsi carico del lavoro e della voce di un altro. Occorre coraggio: si rappresentano opere che devono ancora esprimere tutto il loro potenziale. L’agente deve convincere senza mentire. Non si può dire che un libro è migliore di quel che è. Servono onestà e devozione perché i testi che rappresentiamo diventano anche un po’ nostri. Il rapporto con l’autore è umano, non solo professionale. Per questo la sensibilità è imprescindibile: ascoltare, dosare i giudizi, accompagnare anche nei momenti difficili.
Qual è, a tuo avviso, il grande malinteso che circonda il mestiere dell’agente letterario?
Il primo malinteso riguarda la lettura. Tutti pensano che io legga tutto il giorno. In realtà, leggo lentamente, con attenzione, e per lavoro. La lettura avviene la sera, nel fine settimana, anche durante le vacanze. La maggior parte del tempo la dedico a pratiche burocratiche, contratti, amministrazione. E leggere per lavoro non è una lettura distratta: richiede concentrazione profonda e continua attenzione, non può essere fatta superficialmente.
Ci sono delle criticità nel tuo lavoro? C’è qualcosa che mette davvero alla prova la tua tenuta personale o professionale?
La più grande frustrazione è rappresentare autori di narrativa letteraria di alto livello e accorgersi che il mercato non ha spazio per loro. Ricevo telefonate da editor entusiasti che però rinunciano a un testo con del potenziale perché sanno già che non riuscirebbero a venderlo. Il mercato è instabile, e in momenti di crisi, come quello attuale, si restringe ancora di più.
Dal punto di vista emotivo, invece, pesa il carico psicologico. L’agente assorbe molto delle preoccupazioni degli autori. Quando un autore è insoddisfatto, ansioso o in crisi, noi siamo lì. Dobbiamo proteggerlo, ma anche reggere l’urto di quel disagio.
Hai avuto esperienze o aneddoti nel tuo percorso che ti hanno insegnato qualcosa di importante sul mestiere?
Sì, un aneddoto risale ai miei inizi, quando ero stagista in un’agenzia americana. Avevo letto un manoscritto in inglese e riferito all’agente capo che mi sembrava interessante. In una riunione con l’autrice, lui le disse con grande decisione: “La storia funziona, ma il protagonista non regge. Il personaggio secondario è molto più vivo. Devi riscrivere il romanzo da quel punto di vista.” Mi colpì moltissimo la sicurezza con cui prese quella decisione, il coraggio. Anni dopo scoprii che il romanzo era stato pubblicato proprio con il protagonista cambiato. Mi ha insegnato che bisogna avere la forza e la responsabilità di indicare strade radicali.
Prima di salutarci, c’è un libro o un autore che hai rappresentato che ha segnato un momento importante della tua carriera?
Senza dubbio Cromorama di Riccardo Falcinelli. Era uno dei miei primi contratti da quando mi sono messa in proprio. Riccardo aveva già pubblicato altri libri, con risultati contenuti. Quando ho letto Cromorama ho capito che aveva un potenziale forte: accessibile ma profondo, accademico ma anche divulgativo. Pensavo potesse vendere dieci o quindicimila copie… invece ne ha vendute oltre centomila. È stato un segnale importante per me, l’intuizione aveva parlato. E aveva avuto ragione.


