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Editing e scrittura: Giorgio Vasta al master “Il lavoro editoriale”

di Nicola Cosentino allievo dell’edizione 2016 del master Il lavoro editoriale

Quello di dare un nome alle cose è il primo tra i compiti che Dio demanda all’uomo. Che sia più descrivere, inventare o far calzare poco importa: Adamo dà un nome alle cose e le cose, improvvisamente, somigliano al nome che Adamo gli assegna. Facile capire perché Dio stia delegando: il linguaggio è possesso, autogestione, senso; ma soprattutto un tipo di potere. Il potere, tutto umano, di conferire valore all’irrilevante.

La lezione di Giorgio Vasta al master Il lavoro editoriale 2016 comincia così, con un viaggio nei processi di significazione. Parte con la storia di Adamo e finisce coi fratelli Collyer, accumulatori seriali ante litteram, morti sotto le macerie dei beni accatastati senza criterio in un’intera vita. Vasta li adopera come esempi-bastione di un discorso su senso, valore e comprensione che delinea l’equilibrio ideale nel rapporto tra scrittore e editor. È il testo pubblicato, quello definitivo, a raccontare per primo di questo equilibrio: come si dice del cinema e della recitazione, se il lavoro che c’è dietro non si vede, allora è fatto bene. Per Giorgio Vasta dipende tutto (o quasi) dalla consapevolezza, necessaria all’editor quanto allo scrittore, e dalla capacità di scandire il testo, di far emergere la parola giusta, l’esatto giro di frase, da una massa indistinta di espressioni affastellate pronte a crollare. O, più semplicemente, a risultare inefficaci.

È il rifiuto, l’esclusione, la capacità di elidere – e di dire addio – che fa la differenza. Seleziona, dà ordine, migliora quello che resta. Permette di distinguere, potenzialmente, ogni singola parola di un intero testo, e riconoscerla tra le altre – addizionando, combinando, senza ammassare. È talento dell’autore, in parte, e sua responsabilità. Ma l’editor conosce la moda, gli stili, e confeziona il testo secondo le leggi dell’eccesso e dell’eleganza. È il maestro della forma e il garante della sostanza. Compito dello scrittore è mettere il linguaggio dove c’è fame e buio, come Pinocchio nel ventre del pescecane. E dare luogo alla proliferazione.

Leggiamo, in classe, Il tempo materiale. O meglio, ne raggiungiamo per stazioni la versione definitiva, ultima di sette stesure di peso e fisionomia differenti. Partiamo dalla prima. È sempre lo stesso libro, carico dello stesso stile e con intenzioni già messe a fuoco: eppure incompleto, non formato, embrionale. Il processo di miglioramento è misterioso, inafferrabile eppure ovvio; ci scorre sotto gli occhi stesura dopo stesura, noi assecondiamo il levare, ci diciamo Certo, era giusto così. Il testo si riduce, si affila, prende forma: la forma corretta. Non si spiega ma si vede, si legge: le parole prendono forza, e man mano che succede, gli occhi sul testo, ci sentiamo parte di un processo; di uno strano, soddisfacente allenamento alla perfezione.

Nient’altro che rispetto e misura per quello che ci sembra inutile, affinché non lo sia.

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