Intervista a Vanni Santoni

Foto di Vanni Santoni

«Il confronto con gli altri è fondamentale, e spesso un corso di scrittura è una prima occasione in questo senso».

Abbiamo fatto una chiacchierata con i docenti dei corsi di scrittura e di editoria per scoprire qualcosa di più sui loro mestieri, le abitudini e i maestri che li hanno ispirati. E per sapere da loro perché frequentare un corso può essere davvero utile. 

Come ti prepari alla stesura di un libro? Hai dei rituali, delle abitudini? Dove trovi ispirazione per le tue storie?

La regolarità è fondamentale per mantenere la disciplina, dunque la mia priorità è la protezione, ad ogni costo, del tempo della scrittura. Del tempo, più che dello spazio, dato che preferisco scrivere in luoghi pubblici come biblioteche e bar (al momento, per ovvi motivi, solo biblioteche), forse perché stare in mezzo alla gente mi dà l’illusione di quella socialità a cui ho per lo più rinunciato, poiché scrivere per mestiere, considerando anche il molto tempo che si deve sempre dedicare alla lettura, è un’attività abbastanza totalizzante. A oggi, senza contare quelli a più mani, ho scritto un saggio, un libro di prose brevi e nove romanzi. Per quanto riguarda il saggio, il cui tema è l’insegnamento della scrittura, l’ispirazione sono stati i miei stessi corsi: in effetti fu l’editore, avendo sentito del mio metodo di insegnamento eterodosso, a chiedermi di pensare un libro a partire da esso. Il libro di prose brevi, Personaggi precari, ha avuto una gamma molto vasta di ispirazioni: la più visibile leggendo è l’osservazione del prossimo, ma non sono da meno quelle metaletterarie e di (tentativi di) analisi interiore. Per quanto riguarda i romanzi, va tracciata una divisione: nel caso dei tre fantastici, l’ispirazione è principalmente metaletteraria (e transmediale), dato che si tratta di lavori deliberatamente orientati a una riflessione sulle “fonti” del fantastico. Nel caso dei sei realistici, che considero e sono considerati la parte principale della mia produzione, in genere l’embrione iniziale prende vita da qualche elemento del vissuto mio o di chi mi sta vicino, ma solo dopo che è stato digerito da molti anni, di solito almeno una decina; da lì poi opero uno spostamento nella fiction, spesso anche completo. 

Quando hai pubblicato il primo libro? È stato difficile?

Ho pubblicato il mio primo libro, Personaggi precari, nel 2007, in seguito alla vittoria di un concorso, e il mio primo libro per una casa editrice importante, Gli interessi in comune, nel 2008. Considerando che ho cominciato a scrivere solo nel 2004, posso considerarmi fortunato, sebbene arrivare all’esordio non sia stato facile: due anni prima del mio esordio avevo già vinto un altro concorso che premiava con la pubblicazione, ma la casa editrice fallì prima che uscisse. Una bella botta, che però mi motivò molto. Moltiplicai i progetti e i tentativi, presi innumerevoli rifiuti, silenzi e porte in faccia, ma alla fine grazie alla mia caparbietà quasi patologica riuscii a svoltare abbastanza velocemente.

Quali sono i tuoi maestri di scrittura? Hai dei punti di riferimento che sono sempre gli stessi o cambiano a seconda di quello che stai scrivendo?

Non ho mai avuto maestri salvo i classici, e la loro influenza è molto variabile, sia in base a ciò che sto scrivendo, sia in base ai miei percorsi di lettura e rilettura. Peraltro non sempre i miei autori preferiti sono quelli che mi influenzano di più. L’importante è essere sempre sovraccarichi di letture di alta qualità. 

Sei scrittore, autore e traduttore, collabori con gli inserti culturali delle maggiori testate nazionali (ad esempio La Lettura del Corriere della Sera), sei stato il curatore di una collana di narrativa italiana (per i tipi di Tunuè), hai avuto a che fare con le riviste letterarie (sei membro della redazione dell’Indiscreto, di Le parole e le cose e di The FLR – The Florentine Literary Review) e tieni corsi di scrittura. La scrittura, i libri, sono il tuo pane quotidiano. Che consiglio daresti a chi vuole intraprendere il mestiere dello scrittore?

Trovare altri tre o quattro appassionati di letteratura e fondare una rivista. Non c’è niente di più utile per la prima fase della crescita di un autore o di un’autrice. Il perché lo spiego in esteso qui, e consiglio di leggere anche la lettera di Umberto Eco che ho riportato in calce nello stesso articolo. 

Considerata la tua esperienza sul campo – tra le altre cose la tua maxi inchiesta sullo stato del romanzo e della critica letteraria che ha coinvolto sessantasette critici italiani e la cura delle Classifiche di Qualità entrambi pubblicati sull’Indiscreto – che direzione credi stia prendendo la narrativa italiana?

Domanda enorme, che vista la sede richiede alcune semplificazioni: sicuramente ci sono alcune tendenze formali e tematiche evidenti, come lo sviluppo, l’affermazione e la successiva mutazione dell’autofiction, la forte emersione degli “ibridi” (a cui ho contribuito io stesso, dato che sia Muro di casse che La stanza profonda sono romanzi-saggio), la rottura delle barriere tra i generi (tendenza anche europea, se vogliamo), ma dato che, al netto dei link, occorrerebbero almeno trentamila battute per strutturare una riflessione decorosa, preferisco rimandare all’inchiesta di cui parli, leggibile integralmente qui, dove i critici danno interpretazioni e valutazioni molto interessanti, a un piccolo intervento fatto col direttore dell’Indiscreto Francesco D’Isa ospiti della rivista Limina per parlare del “canone” uscito dalle Classifiche di Qualità, nonché a un saggio eccellente uscito di recente per Treccani, L’estremo contemporaneo a cura di Emanuele Zinato, oltre che all’imprescindibile La letteratura circostante di Gianluigi Simonetti, uscito per il Mulino nel 2018. Se, invece, parliamo di “direzione” in chiave più esistenziale, ho scritto quello che penso in merito in questo pezzo per Il Tascabile.

La scrittura non si insegna è il tuo ultimo libro (edito da minimum fax nel 2020), un manuale per aspiranti scrittori. Perché pensi sia utile frequentare un corso di scrittura? E perché proprio il tuo?

Prima di tutto per trovare quei tre o quattro appassionati con cui fondare una rivista (e leggersi i testi a vicenda, e dibattere delle proprie letture, e bere, e far comunella). Incontro spesso aspiranti autori molto isolati: pur esistendo un vecchio e pertinace mito romantico a illudere che ciò sia propedeutico, se non connaturato, all’attività letteraria, è vero il contrario: il confronto con gli altri è fondamentale, e spesso un corso di scrittura è una prima occasione in questo senso. Penso al confronto con gli altri studenti, prima ancora che col docente. 
Nel caso del mio corso, vedo che è molto apprezzato il “live editing” che faccio in diretta sui testi degli allievi, tant’è che – come ben sapete – ha generato anche dei corsi “spin-off” dedicati solo a quello, ma direi che la cosa più utile sono le enormi liste di lettura che assegno e l’enfasi sulla disciplina: per me il nodo sta tutto lì, molto più che nelle tecniche, le quali peraltro si imparano per lo più leggendo i libri giusti nel modo giusto.

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