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«L’insostituibile figura del revisore», conversazione con Ada Vigliani

In occasione delle Giornate della traduzione letteraria il blog delle edizioni SUR ci racconta le esperienze di alcuni traduttori, protagonisti delle Giornate. Diverse realtà, culture di riferimento e percorsi a confronto, senza escludere qualche consiglio per i traduttori di domani.

Un’intervista a Ada Vigliani, traduttrice di autori tedeschi classici e contemporanei tra i quali J.W. Goethe, Arthur Schopenhauer, Robert Musil, e l’opera completa di W.G. Sebald.

Edizioni SUR: Spesso chi desidera avvicinarsi alla traduzione, oltre a una grande passione per la letteratura, ha studiato una o più lingue straniere. Conoscere una lingua a un livello avanzato non è però sinonimo di essere dei buoni traduttori. Da cosa dipende una buona resa del testo, oltre che da una conoscenza approfondita della propria lingua madre? Studio, letture o una dota innata?

Ada Vigliani: Passione per la lettura e passione per la scrittura sono i presupposti per dedicarsi a questo lavoro. Una passione molto forte, quella che ti fa sentire nel tuo elemento quando stai leggendo o anche solo sfogliando un libro e quando hai una matita o una penna in mano. Una passione forte si unisce di solito a un certo talento, ma il talento va coltivato, e quello per scrivere, per tradurre, si coltiva innanzi tutto dando sfogo alla propria passione, ovvero leggendo e scrivendo. Occorre però leggere con intelligenza (e spesso consigli oculati sono utili fin da quando si è ragazzi) e scrivere con autocontrollo e con il controllo di altri occhi, fidati e intelligenti: se, traducendo, si ha la fortuna di avere un buon revisore, si riesce a maturare come traduttori.

ES: Tradurre autori viventi vs tradurre classici. Quanto è importante il confronto con l’autore? Quando non è possibile contattarlo, come cambia l’approccio al testo?

AV: Per certi aspetti sono due diversi modi di tradurre. Il confronto con l’autore, se si tratta di un autore disposto a rispondere alle tue domande, è molto utile nel lavoro di interpretazione del testo: l’autore può spiegare che cosa intendeva veramente con una frase che tu non capisci e così via. Quando hai anche la possibilità di incontrare di persona lo scrittore – magari in quei seminari che le Case dei traduttori organizzano in Germania, in Svizzera, in Inghilterra, in Francia, per riunire intorno a uno stesso tavolo lo scrittore con tutti i suoi traduttori – e lavorare un po’ con lui mentre stai traducendo il suo libro, scopri moltissime cose che ti erano sfuggite, dalle allusioni alle citazioni nascoste. Anche solo sentire lo scrittore leggere il suo libro, la cadenza, l’accento che cade su una parola piuttosto che su un’altra, aiuta il traduttore a scoprire che cos’è veramente quella pagina, quel libro. E talvolta è lo scrittore che, dal confronto con i suoi traduttori, scopre ciò che gli era sfuggito mentre scriveva (un’assonanza non cercata, un’incongruenza sfuggita) e a volte trasforma addirittura una frase perché si rende conto che non funziona così bene come aveva creduto lui.

Tradurre un classico o semplicemente il libro di un autore che non c’è più rappresenta forse – nella solitudine di fronte alla pagina scritta da interpretare e da rendere – il vero lavoro del traduttore, che così è libero nella sua interpretazione, con tutte le gioie e gli affanni della libertà. Naturalmente la solitudine può essere temperata dal confronto con i colleghi. Io amo tradurre in parallelo con altri traduttori dalla comune lingua di partenza alle varie lingue di arrivo. Per Sebald, ad esempio, ho tradotto in parallelo con la collega finlandese e il collega greco Gli anelli di Saturno. Ci si aiuta, la visione del testo si fa più ampia e profonda. Uno scambio di mail davvero proficuo ed emozionante: «Avevi notato che…? Credi sia importante quel giro di parole? E quel monumento citato, dov’è?»

ES: Hai mai riletto la tua prima traduzione? Cosa si prova a rileggersi dopo tanti anni?

AV: Certo, ho riletto la mia prima traduzione, Le affinità elettive, quando sono scaduti i diritti, dunque dopo vent’anni. Ho cominciato con un po’ di ansia, andando avanti passavo da pagine in cui non riconoscevo la mia traduzione ad altre in cui ritrovavo la mia scrittura. Nel rileggersi a distanza di anni, venti, trenta, trentacinque anni straniamento e familiarità si alternano. E poi c’è la voglia di rimetterci le mani: accanto a passaggi che suonano al tuo orecchio come li avessi tradotti ieri, ne scopri altri che oggi tradurresti diversamente; accanto a soluzioni di cui continui ad essere contenta, ne scopri altre che oggi ti sembrano meno felici. Talvolta vorrei potermi riconfrontare con lo stesso testo (un romanzo, un racconto) e ritradurlo integralmente.

ES: Quanto è o non è riconosciuto il mestiere del traduttore? In un mondo ideale, quale prassi dovrebbero adottare gli editori per tutelare e valorizzare la categoria?

AV: La considerazione di cui gode il traduttore è, in generale, piuttosto scarsa. E non parlo solo delle persone estranee all’ambiente: anzi a volte, tra queste ultime, ne trovi non poche sorprendentemente sensibili alle difficoltà cui va incontro il traduttore e capaci di cogliere il fascino di questo lavoro. Parlo anche di persone che dovrebbero essere consapevoli della peculiarità del lavoro del traduttore e invece, sempre più spesso, ti viene da pensare che per loro, tutto sommato, i traduttori siano interscambiabili, anonime rotelle nella produzione del libro tradotto.

Se fra tutti coloro che ruotano intorno alla produzione del libro – dallo scrittore sino al lettore, passando per agenti letterari, editori, revisori, recensori, insegnanti, studiosi – si instaurasse una nuova mentalità intorno alla traduzione come bene culturale da salvaguardare per un’infinità di motivi, primo fra tutti il fatto che è anche sull’italiano delle traduzioni che le nuove generazioni imparano a leggere e scrivere, la «tutela e la valorizzazione della categoria» diventerebbe quasi automatica. Se i «consigli per i libri», forniti dai librai e dalle firme autorevoli sulle pagine culturali dei giornali, tenessero conto della qualità delle traduzioni, se gli insegnanti valutassero in quale traduzione sarebbe meglio far leggere un certo classico, se i recensori elogiassero con cognizione di causa le buone traduzioni e criticassero quelle inadeguate, coinvolgendo nella lode e nella critica gli editori per la scelta del traduttore; se i traduttori venissero invitati a partecipare alla promozione del libro di un autore straniero da loro tradotto in italiano, se tutto questo diventasse prassi generalizzata, risponderebbe all’interesse degli editori mettere i traduttori nelle migliori condizioni per svolgere il loro lavoro (supporto redazionale e onorari adeguati).

Penso che il periodo ipotetico, con cui ho appena finito di rispondere alla domanda sul «mondo ideale», sia un periodo ipotetico della possibilità e non dell’irrealtà. Al di là delle eccezioni di cui dicevo e che comunque rappresentano una speranza, il carattere realistico dei miei auspici trova conforto nel fatto che essi sono già prassi più o meno consolidata in qualche altro paese, dove anche la dolorosa questione dei compensi è avviata sulla strada giusta. Basti pensare all’Olanda, un paese in cui si ha grande considerazione per il lavoro dei traduttori, i quali, non a caso, sono tra i meglio pagati in Europa.

ES: Se non facessi la traduttrice, cosa faresti?

AV: Lasciando da parte le vocazioni infantili e adolescenziali, quando mi immaginavo archeologa o esploratrice, architetta di giardini o regista teatrale, e tornando alla realtà, avrei probabilmente fatto o tentato di fare qualcosa attinente ai libri e alla scrittura, dal bibliotecario allo studioso di discipline umanistiche, dal libraio al giornalista, dall’insegnante al redattore in una casa editrice.

ES: Consigli per un aspirante traduttore (fare un altro mestiere non vale come risposta).

AV: Avere ben chiare le difficoltà di questo lavoro. Tradurre è bello e difficile. Tradurre vuol dire non accontentarsi mai, con tutti i pro e i contro che la ricerca del «meglio», del «sempre meglio» comporta.

Tradurre vuol dire lottare con la pagina scritta, ma spesso anche con gli editori per questioni di «vil denaro», di compensi inadeguati, di pagamenti che non arrivano, di mancanza di revisori capaci o di revisori tout court.

Bisogna essere molto determinati sia nel lavoro sul campo sia nei rapporti con il mondo dell’editoria. Non lasciarsi mortificare solo perché si è alle prime armi. Senza falsa modestia, ma anche senza arroganza e nella consapevolezza delle proprie doti e dei propri limiti, bisogna farsi valere e far valere il proprio impegno. Non accettare condizioni disonorevoli, compensi da fame, nella speranza di «farsi un nome» per cui prima o poi le cose cambieranno. Con la traduzione non ci si fa un nome e le cose non cambieranno, quindi bisogna lottare a denti stretti e se non va, cambiare mestiere (mi scuso per la risposta vietata).

ES: Cosa significa tradurre per una casa editrice come Adelphi? Noti una differenza tra gli standard adelphiani e quelli degli altri editori italiani?

AV: Adelphi è un editore consapevole del fatto che pubblicare un libro tradotto vuol dire cercare di rendere il miglior servizio possibile allo scrittore e al lettore: la traduzione è un momento fondamentale e su questo, nell’intera filiera della casa editrice, dal direttore editoriale fino al correttore di bozze e al grafico, passando ovviamente per l’insostituibile figura del revisore, nessuno mi pare abbia dubbi. Ma proprio per questo la scelta del traduttore passa attraverso una selezione severa, con dure prove di traduzione.

Ho detto «insostituibile figura del revisore»: in Adelphi questa figura esiste ancora, mentre sta diventando sempre più rara presso altri editori, piccoli o grandi. Pensare di poter risparmiare sul traduttore è, da parte degli editori, una scelta miope, pericolosa per la buona riuscita del libro. Nessuno di noi può fare a meno di un revisore, non solo perché il revisore scopre gli errori e le incongruenze, ma anche e soprattutto perché con il bravo revisore un traduttore può parlare delle difficoltà del suo lavoro, confrontarsi sul testo, discutere la strategia da adottare, valutare i registri linguistici, andare a caccia delle citazioni criptate. È quello che io, ad esempio, faccio da quasi vent’anni con Roberto Cazzola, l’ottimo e davvero insostituibile editor della germanistica Adelphi.

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