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Wolf Wondratschek e la musica classica: la pandemia come chiave di (s)volta

Voland recensione

Questo libro è la dimostrazione di come la letteratura possa fare a meno di una trama ben strutturata a favore di un linguaggio più fluido, restituendoci un prodotto che sembra un brano musicale.

Di Serena Savatonio, allieva del master Il lavoro editoriale 2021

Dopo questo lungo anno e mezzo di pandemia, i teatri pieni e gli applausi scroscianti alla fine di un concerto di musica classica sono stati tra le esperienze che più hanno fatto sentire la loro assenza. È vero, la tecnologia ci permette di vederli registrati, di sentire la musica nelle cuffie del computer o del telefono, di assistere alla produzione del suono sulle piattaforme di streaming (Rai Play, Facebook, Zoom, Youtube) o direttamente dai siti web di molte grandi orchestre. Ciò che, però, contraddistingue la musica sinfonica e cameristica dal vivo da quella che sentiamo registrata è la percezione della vibrazione degli strumenti, che parte dai tasti, dagli archi, dalle chiavi e si propaga nell’aria fino ad arrivare non solo alle nostre orecchie, ma anche alla nostra gabbia toracica. E anche gli spettatori, inconsapevolmente, contribuiscono al processo di creazione della melodia: senza la vibrazione ricambiata da coloro che assistono la musica ha tutto un altro suono.

Tutto questo è parte integrante della vita di alcune persone (purtroppo non molte), alle quali la musica sinfonica e cameristica dal vivo sta mancando, perché hanno un bisogno quasi fisiologico di quella vibrazione. Nella maggior parte dei casi, però, assistere ai concerti di musica classica rappresenta per molti (sia in Italia che all’estero) solo un modo per elevare il proprio status sociale e culturale, senza che ci sia un vero interesse all’ascolto.

Anche Suvorin, il protagonista dell’ultimo romanzo di Wolf Wondratschek Autoritratto con pianoforte russo (edito da Voland nel 2021), ha dubbi in merito all’autenticità del rapporto tra il pubblico e la musica eseguita.

Un incontro casuale a Vienna all’inizio del XXI secolo, due mondi diversi: uno scrittore austriaco e Suvorin, un vecchio pianista russo, fanno amicizia in una maniera del tutto inaspettata. Decidono di incontrarsi ripetutamente in un ristorante italiano di Vienna e durante le loro chiacchierate Suvorin racconta la sua vita: un musicista che ama la musica più di sé stesso, incastrato in continui compromessi tra la passione e il lavoro, tra l’aspirazione personale e le imposizioni del regime comunista. «Artista di stato» è chiamato colui che in Unione Sovietica fa dell’arte il suo mestiere e la sua professione deve necessariamente essere al servizio del suo paese, pena il passaggio a «nemico dello stato». Il risultato è che Suvorin non riesce più a suonare, non riesce più a sentire il trasporto per quello che fa né vede più il concerto come uno scambio puro tra l’artista e il suo pubblico. Percepisce solo ipocrisia, quella di un uditorio che non vuole ascoltare musica, ma solo assistere a uno spettacolo borghese, e quella di una nazione che definisce la sua linea politica sulla base della rivoluzione, ma poi sovvenziona solo eventi culturali classici.

Dov’è la libertà artistica del musicista? «Che quello fosse un lavoro?» una domanda retorica che lo scrittore pone al pianista ma che in realtà il pianista pone a sé stesso. La presenza degli spettatori sembrerebbe istituzionalizzare questa professione, perché se c’è un’esibizione è previsto che ci sia sempre anche un pubblico che alla fine dello spettacolo si alza in piedi per un’ovazione corale. E allora che fare? La soluzione per il pianista russo è rendere la musica sgradevole a chi l’ascolta, utilizzando «suoni dilaniati e disturbanti, ottenuti con cluster, tritoni, attacchi percussivi, ritmi irregolari, intervalli microtonali».

L’operazione di Wondratschek non è molto diversa da quella del suo protagonista, costruisce il libro su uno scambio dialettico dove non c’è un inizio e una fine tra le parole e i ricordi di Suvorin e le domande dello scrittore austriaco (che racconta in prima persona gran parte del romanzo), come in un brano musicale dove due strumenti suonano alternandosi entrando uno sulle note dell’altro. Non c’è un’armonia precisa né una struttura salda, c’è solo poesia. Il narratore è affascinato dalla figura di Suvorin e la sua curiosità diventa sempre più necessità di sapere, di conoscere i retroscena, di entrare in contatto con un altro mondo, dove viene completamente risucchiato, portandosi dietro il lettore. Nel momento in cui lo scrittore austriaco è prossimo alla comprensione della figura del pianista, quest’ultimo comincia a svanire sempre di più, come una melodia che sfuma verso la fine.

Le due voci, a cui piano piano se ne aggiungono altre, che a volte tornano, a volte si sentono solo per la durata di un paragrafo, costituiscono la vera musicalità del romanzo, dove il lettore deve stare attento e ascoltare.

In un articolo, uscito il primo settembre 2020 sul sito web del New York Times, Ethan Hawke esprime quello che potrebbe essere un pensiero comune, ovvero che Autoritratto con pianoforte russo non è un oggetto di intrattenimento, e che il cittadino medio occidentale «non è pronto per questo libro: esso chiede pazienza e molta attenzione per essere ascoltato». Il verbo ascoltare non è casuale. Come la musica di Suvorin anche l’intero libro è un brano musicale dissonante e poco armonico ma potentemente poetico, scritto con la sensibilità propria di chi come Wondratschek ha dedicato gran parte del proprio lavoro alla musica. Questo libro è la dimostrazione di come la letteratura possa fare a meno di una trama ben strutturata a favore di un linguaggio più fluido, restituendoci un prodotto che sembra un brano musicale.

Ascoltare la musica in luoghi impensabili è quindi possibile per chi ha la sensibilità di coglierne l’emozione, prima ancora dei suoi tecnicismi formali. Le sale da concerto e i teatri dell’opera ancora oggi sono considerati solo un’istituzione e come tale un’espressione del benessere economico e dello status quo.

Il coronavirus potrebbe aver portato a un cambiamento. Dall’inizio della pandemia la musica non ha mai smesso di viaggiare via web e grazie alle performance casalinghe dei musicisti il pubblico dei concerti ha potuto riscoprire la forza della musica classica − una forza che va ben oltre la cornice perfetta dove era sempre stata collocata − fino a creare un contatto quasi diretto con gli artisti che, spogliati dei loro dress-code neri, hanno rivelato una nuova e più sincera personalità. Ce lo conferma anche Suvorin parlando di Schiff, amico e violoncellista estroso, che non vuole essere definito solo dalla sua bravura musicale, perché lo renderebbe schiavo del desiderio di essere a tutti i costi apprezzato dai suoi amici e colleghi. Egli si definisce soprattutto attraverso la sua vasta cultura, i suoi libri, il suo tavolo da biliardo e gli insegnamenti ai suoi allievi. Ogni performer, in quanto essere umano, porta nella sua esibizione anche la sua intimità e le sue passioni, per cui alla vibrazione dello strumento si unisce la vibrazione proveniente dal musicista mentre suona, quando non è troppo ingabbiato nel suo ruolo.

Alla luce di tutto questo è dunque così necessaria la sala da concerto per la musica sinfonica e cameristica? Gli applausi forzati e annoiati di certi spettatori sono davvero così importanti per definire la riuscita di uno spettacolo? Senza dubbio l’ambiente dei teatri con la loro ottima acustica è funzionale a un ascolto impeccabile, perché in grado di restituire tutte le sfumature di suono provenienti dagli strumenti, ma l’esperienza dell’ascolto non dovrebbe limitarsi solo alla perfezione. La pandemia ci ha permesso di riscoprire un lato più umano e meno standardizzato della musica. Con la chiusura dei teatri gli spettatori hanno potuto sperimentare un nuovo modo di assistere ai concerti e, grazie alle esibizioni nei cortili, nelle piazze e per le strade, si sono sentiti parte di un insieme. Da quel contatto sono nate suggestioni ed emozioni provocate da molto altro che l’ascolto del bel suono. È davvero così improbabile che un nuovo modo di sentire la musica classica ed entrare in sintonia con chi la suona sia possibile?

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