Intervista alla traduttrice Martina Testa

Martina Testa

La prima edizione di Alias, il nostro master in traduzione letteraria, è alle porte. Perché consiglieresti di frequentare questo corso, e a chi lo consiglieresti?

Lo consiglio a chi ha già un’ottima conoscenza delle lingue in questione e si è cimentato con la traduzione letteraria in ambito accademico o a livello amatoriale, ma senza aver ancora avuto vere e proprie esperienze professionali. Non si impara certo a tradurre con un semplice corso, ci vogliono tanti anni di esperienza per diventare bravi, ma il master darà indicazioni di metodo, dritte tecniche, legali e fiscali, e soprattutto metterà in contatto gli allievi con il mondo editoriale, aiutandoli a capire meglio le dinamiche del lavoro e a formulare proposte di pubblicazione, e dandogli modo di sottoporre le proprie traduzioni a un revisore professionista: esperienze “sul campo” indubbiamente preziose per chi sia interessato a intraprendere questa carriera.

Quando hai scelto di diventare un traduttore? Qual è stato il tuo percorso professionale?

Non l’ho mai veramente scelto. Mi sono laureata in filologia classica. Ho studiato inglese alle medie e al ginnasio, e poi per qualche anno in una scuola di lingue il pomeriggio. Non ho nessuna formazione specifica da traduttrice, anche se dai 14 ai 25 anni ho avuto a che fare quotidianamente con testi in altre lingue (latino e greco antico soprattutto; ma leggevo anche molti libri e riviste in inglese). Nel 1998 un amico mi ha tirato dentro la redazione di una minuscola rivista letteraria, di cui facevano parte alcuni editor di case editrici romane indipendenti nate da poco; per questa rivista ho scelto e tradotto un paio di racconti dall’inglese americano. Dopodiché, gli editor che avevo conosciuto hanno cominciato a propormi di lavorare per loro, facendo letture, correzione di bozze, traduzioni.

Qual è stato l’ultimo libro che hai tradotto? Come hai gestito i tempi, quali sono state le difficoltà?

Elif Batuman, The Idiot, per Einaudi. Ho gestito male i tempi, come al solito, accumulando ritardi e recuperandoli in ore forsennate di lavoro notturno, ma alla fine sono quasi riuscita a rispettare la scadenza. Le principali difficoltà sono state legate al fatto che molti personaggi del libro, sia pure benestanti e istruiti, non parlano l’inglese come prima lingua, e quindi i dialoghi sono costellati di leggere improprietà. Ottenere un equivalente italiano che non suonasse goffo era pressoché impossibile (che tipo di errori tende a commettere uno studente ungherese della Bocconi, parlando in italiano? E che ne so io?), infatti ho spesso normalizzato, puntando alla scorrevolezza più che alla fedeltà, e nella mia traduzione quello straniamento linguistico si sente meno.

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