Effetto Strega, intervista a Francesca Melandri

In attesa della terza edizione di Effetto Strega – l’appuntamento annuale in cui la Scuola del libro incontra gli scrittori della dozzina del Premio Strega, e che si svolgerà presso la libreria Giufà il prossimo 5 giugno – gli studenti del master «Il lavoro editoriale» (Matteo Bianco e Viviana Gaudino) hanno intervistato Francesca Melandri, Sangue giusto, Rizzoli.

Sangue giusto è un romanzo intenso e ricco di eventi. Come nasce lo spunto narrativo di un libro complesso e articolato come questo?

“Sangue giusto” è il terzo e ultimo capitolo di un unico progetto che ho cominciato a ideare più di dieci anni fa, e che comprende anche i miei primi due romanzi, “Eva dorme” e “Più alto del mare”. Anche se ognuno dei tre romanzi si può leggere benissimo senza aver letto gli altri, o andando in senso contrario alla loro pubblicazione, fin dall’inizio a questo progetto ho dato il titolo di lavoro di Trilogia dei Padri. L’idea  è quella di raccontare tre momenti, o meglio tre temi, della storia collettiva del mio paese, l’Italia, attraverso le relazioni affettive e psichiche tra i personaggi, e mostrare come queste relazioni interpersonali siano riflesso e  allo stesso tempo causa ed effetto delle  dinamiche collettive, politiche, sociali. E tutto questo lo racconto attraverso storie in cui la figura del Padre (assente, dolente, complicato …) è esaminata esattamente come quella della Patria (maiuscole ironiche ma volute), come se anche quest’ultima fosse un personaggio.  In “Eva dorme” il tema è quello dell’identità linguistica nazionale attraverso lo scontro-incontro con la minoranza germanofona del Sud Tirolo Alto Adige; in “Più alto del mare” sono gli effetti secondari della violenza politica degli Anni di Piombo; qui in “Sangue Giusto” invece racconto, sempre attraverso le relazioni tra i miei personaggi, come quella mentalità fascista e razzista del Ventennio che trovò il suo momento di massimo consenso nella misconosciuta e feroce avventura coloniale in Etiopia, non sia mai scomparsa del tutto. Si è solo inabissata, come un nero fiume carsico, così che oggi, nel nostro tempo presente delle grandi migrazioni, sta rialzando la sua brutta testa – e purtroppo l’attualità politica conferma questo mio punto di vista molto più di quanto mi piaccia come cittadina. Per questo l’intreccio della storia della famiglia Profeti l’ho costruito come un intreccio di tempi e vicende molto diverse, che arrivano fino al nostro presente: attraverso le vicende di questa famiglia dominata dalla figura di Attilio  detto Attila –  un patriarca che non ha mai fatto i conti con il suo passato – ho voluto raccontare la nostra allegra, si fa per dire, amnesia collettiva, e i suoi complicatissimi effetti.La domanda che si pongono i miei protagonisti non è infatti solo anzi non tanto “cosa è successo?” – perché cosa è successo lo si può leggere agevolmente nei libri di storia, non è un segreto né una clamorosa rivelazione, i fatti sono ben noti. La vera domanda è : “cosa ne abbiamo fatto della memoria di ciò che è successo?”Ma alla fine io vorrei che fosse il lettore di “Sangue giusto” a dare le sue risposte – il compito di uno scrittore non è educare, ma porre quesiti.

Il master che stiamo frequentando è incentrato sui mestieri dell’editoria e facciamo molto lavoro sul testo. Ci piacerebbe sapere come hai lavorato su Sangue giusto, e come è stato il tuo dialogo con l’editor.

Io lavoro sul mio testo con spaventosa pignoleria prima di presentarlo all’editore. Innanzitutto, ancora  prima di mettermi al lavoro ragiono moltissimo sulla struttura del romanzo che mi accingo a scrivere, perché per me la struttura narrativa fa parte integrante del senso di quella unica, specifica storia, non ne è un accessorio, ma parte integrante. Non so poi  nemmeno dire quante revisioni io abbia fatto  per ognuno dei miei romanzi; a partire dalla seconda sono in genere più che altro un processo di sottrazione, sottrazione, sottrazione. Inoltre, alla fine della prima stesura completa, quella in cui per così dire arrivo al tetto della casa-libro, faccio leggere questo primo manoscritto a un piccolo numero di fidatissimi lettori che hanno il mandato di dirmi tutto, assolutamente tutto quello che pensano, nel bene e nel male. Tutto questo fa si che io arrivi all’editing con la casa editrice con un testo certamente perfettibile e senz’altro pieno di cose da migliorare, ma già oggetto di talmente tante correzioni da essere piuttosto compiuto. Così come anche le altre due volte, dopo aver consegnato il manoscritto me ne sono andata in vacanza e ho aspettato un mese, un mese e mezzo, che la mia bravissima editor Arianna Curci facesse le sue correzioni/osservazioni/proposte; intanto in contemporanea c’era chi si occupava del fact cheking – un aspetto editoriale molto importante per un libro come questo che ha richiesto più di cinque anni di ricerche non solo bibliografiche ma anche viaggi, interviste eccetera. Dopodiché, Arianna e io abbiamo passato un paio di giorni a casa mia a rivedere insieme la versione uscita da tutti questi interventi editoriali. Abbiamo passato al vaglio ogni singola parola del testo con l’obiettivo di arrivare a un testo che soddisfacesse pienamente e senza riserve entrambe. ma non è stato affatto faticoso o difficile.  Anzi. Lavorare con Arianna è stato un grande piacere, fruttuoso e sempre stimolante, come peraltro anche, sugli altri miei romanzi, con Gemma Trevisani e Marilena Rossi.

C’è differenza tra scrivere una storia e scrivere di Storia; tu, da narratrice, riesci a coniugare con estrema naturalezza entrambe le cose. Nel caso specifico, in Sangue giusto, hai inserito dei personaggi veri, tridimensionali, in un contesto storico complesso quale quello dell’Italia durante gli anni del post-fascismo e, soprattutto, hai affrontato con rigore scientifico il ruolo che l’Italia ha ricoperto in Etiopia durante quegli anni senza mai abbandonare l’aspetto emozionale. Chi o cosa ha ispirato questa tua idea di scrittura?

Forse ho già parzialmente risposto sopra ma cerco di elaborare meglio. La Storia con la S maiuscola e la piccola storia dei miei personaggi, per me, rispondono alle stesse dinamiche psichiche, interpersonali, emotive, gerarchiche eccetera, solo la scala è  – ovviamente – molto diversa. Per dire: la rimozione che compie Attilio sul proprio passato è allo stesso tempo specchio e contributo alla rimozione collettiva di una società intera, quella italiana. Per questo per me è fondamentale creare personaggi che siano ricchi di sfumature, colti nella loro ambivalenza e complessità, e questo vale non solo per i protagonisti ma anche per i comprimari. Anche perché la  cosa che meno mi interessa nella scrittura di un romanzo è giudicare i miei personaggi – per quanto io ne giudichi, certo, le loro azioni, non spetta a me dare un verdetto su di loro, come persone. Se vorrà, questo giudizio finale lo potrà dare il lettore, ma non intendo certo imboccarglielo io.Io poi  credo che sia la Storia collettiva che le storie, quelle che gli esseri umani da che mondo è mondo si raccontano l’un l’altro, si basino sul concetto di relazione. Per questo  è importantissimo per me che gli individui tra cui, nel mio romanzo, s’intrecciano queste relazioni siano credibili, umani, complessi.  Come le persone che ci camminano accanto nella vita vera, che non sono mai tutte di un colore solo.

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