Intervista a Gina Maneri e Giulia Zavagna

Foto Gina Maneri e Giulia Zavagna

«Tradurre, come leggere, è viaggiare, nello spazio e nel tempo, senza muoversi da casa».

Abbiamo fatto una chiacchierata con i docenti dei corsi di scrittura e di editoria per scoprire qualcosa di più sui loro mestieri, le abitudini e i maestri che li hanno ispirati. E per sapere da loro perché frequentare un corso può essere davvero utile. 

Come vi preparate alla traduzione di un libro? Cercate informazioni sull’autore, la sua vita, le sue opere? Leggete, se ci sono, le vecchie traduzioni?  Insomma, quanto lavoro c’è dietro una traduzione?

GZ: Dipende molto dal tipo di libro e, come al solito, dal tempo a disposizione. Ma sì, tendenzialmente cerco sempre di informarmi il più possibile, non tanto sulla vita dell’autore ma senz’altro sulle sue opere: se ha scritto altro cerco di procurarmi quei testi e leggerli. E se sto lavorando su un autore contemporaneo, cerco di seguire per quanto possibile il suo percorso e i suoi interventi con video, conferenze, interviste. Provo, diciamo, a circondarmi della sua voce, per quanto possibile. 

Le vecchie traduzioni sono un discorso a parte: mi è capitato solo una volta di ritradurre un volume di cui già esisteva una versione in italiano, Farabeuf di Salvador Elizondo, e ho scelto di sfogliarla soltanto alla fine. Una cosa che faccio ogni volta che posso, invece, è consultare le traduzioni in altre lingue – tendenzialmente inglese e francese – dei testi su cui lavoro: che, sia per trovare conferme, trarne ispirazione o anche discostarmene, è sempre un esercizio molto utile.

Come dicevo, però, dipende dal titolo: non riesco a farlo sempre, e a volte non è un lavoro davvero indispensabile, può servire per contestualizzare alcune scelte, ma poi il vero corpo a corpo è sempre con il testo. 

GM: Sono d’accordo con Giulia, dipende molto dal tipo di libro. In linea di massima cerco di informarmi il più possibile sull’autore e la sua opera, raccolgo scritti critici – sugli autori maggiori si trova spesso anche materiale accademico interessante –, magari mi procuro le traduzioni in altre lingue che conosco, in cui posso trovare spunti interpretativi, conferme alle mie scelte o viceversa la prova dell’oscurità di un passo. È sempre affascinante spiare i processi mentali di un collega che ti ha preceduto. Al contrario tendo a non consultare, se non sporadicamente e una volta finita la mia stesura, eventuali traduzioni esistenti in italiano: anche se non credo che rischierebbe di influenzare le mie scelte, rallenterebbe il mio lavoro. E per sgombrare il campo da equivoci, forse sarebbe meglio smettere di parlare di ritraduzioni, parola che suggerisce un rimaneggiamento di una traduzione precedente, e parlare invece di nuove traduzioni.

Quando avete tradotto il primo libro? È stato difficile? È coinciso con l’inizio della vostra carriera professionale?

GZ: La mia prima traduzione risale a più di dieci anni fa, ed è stata una traduzione a quattro mani, esperienza che non mi è più capitata ma che sarebbe interessante ripetere oggi. Avevo tradotto altri testi prima, ma in un contesto che non prevedeva la pubblicazione, quindi sì, possiamo senz’altro parlare dell’inizio del mio percorso professionale. Ricordo molto meglio la gioia della certa difficoltà di quel lavoro, l’entusiasmo e l’incoscienza di chi comincia. Senz’altro le difficoltà mi sono molto più chiare oggi, anzi, si fanno sentire sempre più a ogni nuovo libro.

GM: Ho cominciato a tradurre più di trent’anni fa e sì, ha coinciso con l’inizio della mia carriera. Quando mi capita di riguardare le mie vecchie traduzioni, mi stupisco sempre un po’ di trovarci una freschezza, una creatività dettate forse da una consapevolezza ancora immatura dei processi traduttivi. Ero più libera, ecco. Una difficoltà era senz’altro quella di non poter contare su uno strumento come internet per le ricerche necessarie, che erano quindi più complicate e dispendiose in termini di tempo.

Che consiglio dareste a chi vuole iniziare a tradurre per l’editoria?

GZ: Conoscere l’editoria: gli aspetti da considerare sono moltissimi, ma sono convinta che al netto delle competenze linguistiche una certa dimestichezza con il panorama editoriale italiano e straniero sia indispensabile. E poi un consiglio ovvio, ma mai scontato: leggere tanto, leggere di tutto, leggere in lingua ma anche in italiano, e ascoltare.

GM: A quanto ha già detto Giulia, che condivido pienamente, aggiungo: essere curiosi di tutto – non sai mai quali informazioni e competenze ti torneranno utili quando tradurrai un libro! –, sviluppare antenne sensibili per la lingua italiana, che è il nostro principale strumento di lavoro, captarne usi e abusi, registri e parlate, tecnicismi e regionalismi, in modo da formarsi un bagaglio a cui attingere con discernimento in ogni occasione.

Qual è la caratteristica fondamentale che deve possedere un traduttore? Esiste una qualità, o una tecnica, imprescindibile per affrontare questo mestiere?

GZ: Nel mondo ideale direi curiosità – sapersi domandare il perché di quasi tutto – e incertezza – saper esitare e mettere in dubbio quasi tutto. Nel mondo reale aggiungo pazienza, e magari anche una exit strategy.

GM: Oltre alla curiosità e all’amore, anzi alla passione per la lingua, direi l’umiltà. Un traduttore non deve mai dimenticare qual è il suo ruolo, quello di tramite fra l’autore e il lettore, di traghettatore di un testo non suo. Anche se è inevitabile, anzi auspicabile (altrimenti potremmo davvero usare i traduttori automatici) che la sua voce sia riconoscibile, non devo però mai sovrapporsi a quella dell’autore.

Avete tradotto numerosi libri di autori importanti per diverse case editrici e portate avanti parallelamente corsi di traduzione. Che significato date al vostro mestiere? Che cosa vuol dire per voi tradurre?

GZ: C’è un bellissimo romanzo dell’autore argentino Alan Pauls, Il passato (tradotto da Tiziana Gibilisco), con pagine memorabili sul mestiere del traduttore. Ne prendo in prestito una:

«Tradurre non è qualcosa che si fa, ma qualcosa che non si può smettere di fare. Non si smette mai di tradurre, ventiquattro ore su ventiquattro, senza sosta, e tutto il resto, tutto ciò che normalmente si chiama vita, non è che una modesta serie di tregue e soste che solo un traduttore dalla volontà di ferro riesce a strappare all’ingranaggio di asservimento continuo della traduzione». 

GM: Direi che Alan Pauls ha detto tutto, o quasi. Si è traduttori in ogni momento della vita, diventa una condizione esistenziale, non si riesce più a leggere un libro o vedere un film senza analizzare, rielaborare mentalmente ogni parola. Di questo mestiere si è detto tanto, anche con metafore molto felici. L’immagine a cui sono forse più affezionata è quella del ponte fra culture diverse, che per mezzo della traduzione riescono a incontrarsi. E poi tradurre, come leggere, è viaggiare, nello spazio e nel tempo, senza muoversi da casa: in questi mesi, un’opportunità preziosa. 

Perché pensate sia utile frequentare un corso di traduzione? E perché proprio il vostro?

GM | GZ: È un corso molto pratico, in cui il lavoro sul testo porta a un costante confronto arricchito da tutti, studenti e docenti in parti uguali: affronteremo testi di vario tipo, spaziando nelle varianti dello spagnolo e nei generi letterari; avremo modo di approfondire alcuni aspetti del mercato editoriale italiano e straniero, del ruolo del traduttore all’interno della filiera; vedremo cosa succede al nostro testo dopo la consegna, lavorando anche sulla revisione.

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Demetrio Marra, allievo del master Il lavoro editoriale 2021, scrive di «Figure», l'ultimo libro di Riccardo Falcinelli, concentrando la propria analisi sulla lingua e lo stile dell'autore.
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