Intervista a Luca Ricci

Foto di Luca Ricci

La prossima edizione di «Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker» è in programma a Firenze il fine settimana del 7 e 8 aprile. È un corso di scrittura ormai “di casa” qui alla Scuola del libro: cambiano gli allievi, non cambia il livello di gradimento, sempre molto alto.
Ci racconti come è nata l’idea di questo corso?

Erano anni che ragionavo attorno alla forma racconto, ai suoi elementi strutturali, alle sue peculiarità, a ciò che la distingue dal romanzo, e perciò mi sono detto che in effetti avrei potuto mettere in piedi un corso ad hoc, appositamente pensato per gli scrittori di racconti. All’inizio il corso girava col titolo “I dieci comandamenti del racconto breve”, poi qualcuno mi passò un numero del New Yorker ed ebbi l’illuminazione definitiva. Non ho più smesso di portarlo in giro, segno che oltre al fumo c’è l’arrosto, per fortuna. È un corso che mette al bando qualsiasi approccio extratestuale, non vuole lavorare sulla creatività dei corsisti né indagare le ragioni della loro “vocazione”, e non mette in primo piano neppure le biografie dei grandi scrittori (faccio pochissimi cenni, che senso avrebbe?, chiunque può aprire da solo una pagina Wikipedia). È un corso tecnico, che si basa solo sui testi.

Pensi che si possa insegnare a scrivere? Da docente, cosa ti piacerebbe lasciare in dote alla tua classe?

Chiunque faccia esperienza di un corso di scrittura, che lo tenga o che lo segua, vive nel medesimo paradosso: io insegno qualcosa che non può essere imparato; i corsisti imparano qualcosa che non può essere insegnato. Quando c’è un racconto lavorabile, e ci mettiamo a riscriverlo in classe, e riusciamo sensibilmente a migliorarlo, a volte di poco a volte di molto, nell’aula c’è una scarica di elettricità, qualcosa di molto vicino alla gioia. Ed è tutto. Ed è tantissimo, credetemi.

La tua ultima raccolta di racconti, I difetti fondamentali, è uscita per Rizzoli solo l’anno scorso. Ci confermi però che è in arrivo qualcosa di nuovo? Cosa ci aspetta?

Il 22 febbraio uscirò con un romanzo intitolato Gli autunnali. Questo lavoro, di cui sono davvero orgoglioso, segna il mio passaggio alla casa editrice La nave di Teseo. Quel che posso anticipare è che sarà un romanzo molto verticale, scosceso: io non ce l’ho proprio il passo pachidermico del romanziere vecchia maniera. Se vogliamo, ho scritto un romanzo che è anche un immenso ed evidente tributo all’arte del racconto. Presto scoprirete come e perché.

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