Intervista a Marco Missiroli, finalista al Premio Strega 2019

Milena Sanfilippo e Giulia Villabruna, allieve dell’undicesima edizione del master “Il lavoro editoriale”, hanno intervistato Marco Missiroli, finalista al Premio Strega 2019 con il libro Fedeltà (Einaudi). Marco Missiroli è stato ospite della Scuola del libro, insieme agli altri 11 candidati, in occasione della serata Effetto Strega, che si è svolta l’11 giugno 2019 presso WEGIL.

Partiamo subito dal titolo. “Fedeltà”, non senza una certa ironia, è un titolo ingannevole. Pretendiamo la fedeltà degli altri eppure, quando vediamo vacillare delle certezze (come succede nel libro di fronte al malinteso) siamo i primi a mettere in discussione il nostro essere fedeli, anche e soprattutto verso noi stessi, in una continua tensione tra ciò che desideriamo e “ciò che ci si aspetta” da noi. Questa ambivalenza può essere considerata una delle chiavi di lettura del romanzo? Hai scritto proprio di questo argomento perché credi sia emblematico dei tempi che viviamo?

Senza ambivalenza non c’è letteratura, dunque la fedeltà è proprio uno dei temi sensibili di queste ambivalenze soprattutto in quest’epoca. Non perché sia l’epoca delle ambivalenze, ma dell’ambivalenza totalmente celata e qui sta il paradosso. La nostra può sembrare un’epoca dove i toni di grigio, rispetto al nero e ai bianchi, vengono visti perché comunque ci sono moltissimi sensi e possibilità di libertà. Ovviamente, è un’epoca in cui la libertà è molto maggiore rispetto a quelle precedenti. E proprio per questa maggiore libertà, si celano le ambiguità in maniera più artificiosa, più complessa. E volevo che un tema apparentemente sentimentale svelasse questi meccanismi nascosti che tutti noi viviamo, ma che rimangono sotterrati, carsici. Anche la struttura stessa di fedeltà con il “passaggio d’anima” dei punti di vista rivela questi movimenti, questi fiumi quotidiani che a volte mettiamo nelle tasche e non mostriamo. Magari non vanno mostrati, però la letteratura lo deve fare.

Nella storia i personaggi femminili appaiono più forti e determinati rispetto a quelli maschili, in particolare nel confronto fra i protagonisti Carlo e Margherita. Lei va sempre fino in fondo, è determinata anche davanti alla prospettiva del tradimento, ma sotto il piglio pragmatico si nascondono sicuramente dubbi, insicurezze, desideri. In questo senso è un personaggio sfaccettato e complesso. Lui, invece, tentenna e un po’ si crogiola nella sua mediocrità che tu stesso hai definito “d’infedeltà presunta”. È un discorso interessante, rispecchia il tuo punto di vista sui rapporti uomo/donna e sui diversi modi di reagire di fronte a un sospetto? 

Ho molta più fiducia nel mondo femminile che in quello maschile. Sono cresciuto in una famiglia che si può definire matriarcale e la forza delle donne mi ha sempre circondato di più rispetto a quella degli uomini. Io stesso mi sento molto più fragile delle donne che conosco. Quindi ho pensato, vissuto e anche testimoniato un mondo dove l’uomo ha delle ipertrofie dell’ego che diventano quasi sempre prevaricazione e dove le donne invece, finalmente, riescono a trasformare l’energia che hanno avuto in una posizione anche di equilibrio o comunque di “impatto energetico” superiore nelle relazioni. E ci tenevo moltissimo che questa naturalezza di potenza, di gestione dei sentimenti, venisse fuori in un libro dove la fragilità è il comune denominatore. L’uomo, Pentecoste in questo caso, non è che giri soltanto intorno ai proprio obiettivi ma è anche schiacciato in una forma di borghesia che lo mette ai margini e da cui cerca di liberarsi. Non dimentichiamo, però, che nel processo genitoriale, nel diventare padre, ha una grande potenza rispetto alla donna. Quindi è come se a volte questo tempo invertisse anche i ruoli, non si capisce più niente. È questo è importantissimo. Tutta questa confusione, questo “caos calmo” per citare Veronesi, è un po’ di nuovo l’emblema della nostra epoca.

Uno dei maggiori punti di forza del romanzo è, indubbiamente, il modo in cui le immagini sembrano create appositamente per scorrere e scivolare, tanto che lo scambio da un punto di vista all’altro ricorda proprio un piano sequenza, un flusso quasi ininterrotto dove il narratore si fa da parte per lasciare spazio solo alla prospettiva del personaggio in quel preciso momento. È una scelta narrativa particolare, che avvince il lettore fin dalle prime pagine senza influenzarne il giudizio. Questa “neutralità” della voce narrante ha anche un valore simbolico?

La verità è che detesto chi giudica nella realtà e, ancor più, i narratori che giudicano i loro personaggi ed è per questo che lascio moltissima libertà ai miei personaggi e mi piace vedere come si muovono; la lente di ingrandimento, invece, non mi piace perché, inevitabilmente, se impongo il mio personale giudizio la libertà di azione e di pensiero si riduce. Questo, rispetto al tema fedeltà, è anche un atto politico: non voglio giudicare chi è fedele o infedele rispetto agli altri o nei confronti di sé stesso, ma osservo il mondo nella neutralità in cui mi è arrivato, come fosse un extraterrestre che chiedesse “ti piace o non ti piace?”, ma soprattutto “è davvero così?”; ecco, queste sono le domande che mi pongo e mi garantiscono, quando scrivo, una forma di distacco che, solo a tratti, diventa avvicinamento. Nel romanzo questo accade, per esempio, nell’episodio di Anna in cui non giudico ma entro dentro la scena con il mio pathos, mi avvicino, ma per tutto il resto mi allontano e constato quello che accade intorno ai miei personaggi.

Sempre a proposito di struttura. Il romanzo, che ha avuto una gestazione di quattro anni, è “nato” così o ci è stato dietro – e dentro – un forte lavoro di editing? Quali tappe hai seguito nel processo creativo e nel rapporto con l’editor?

Il romanzo è nato così, tutta la forma e la questione della massa è stata rispettata, così come la lingua, che sono io a impostarla e mantenerla precisa per tutta la narrazione. In fase di editing quello che è accaduto è stato rendere più solido lo scambio tra i personaggi, quindi il “passaggio di anime” e compattare il tutto, eliminando forme di ristagno che tendo ad avere in prima stesura. L’esperienza, con le mie due editor Angela Rastelli e Paola Gallo è stata davvero bellissima: ci abbiamo lavorato molto ma è stato appagante.

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