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Intervista a Pierpaolo Giannubilo, candidato al Premio Strega 2019

Dalla citazione emerge un’idea di scrittura come autoscopia, in cui il racconto dell’altro diventa specchio del sé. Quando ti accorgi che la distanza tra te e Manzoni si accorcia, la narrazione si fa più consapevole: puoi spiegare, alla luce di questa consapevolezza, come e se è cambiata la scrittura?

Io avevo già scritto un’altra storia vera, però non mi ci ero calato dentro. È il primo romanzo, è
un’altra storia allucinante che parte dagli anni Trenta e riguarda un bambino seviziato con dei rituali di magia nera, però ero rimasto molto all’esterno rispetto alla vicenda. Qui invece mi sembrava assolutamente necessario, per me stesso oltre che per un arricchimento del libro, partire da quello che stava succedendo a me nel momento in cui mi ero messo a scrivere, perché la motivazione principale per cui io sono andato a ripescare la storia di Manzoni è esattamente questa, per rimettermi a scrivere come una sorta di autoterapia e tirarmi fuori dai pasticci in cui ero infilato. Quindi sicuramente l’incontro con lui ha dettato in qualche maniera la linea, perché i filoni narrativi sono veramente tanti e il problema principale era armonizzarli, dato che mi sono ritrovato con una mole incredibile di materiale con cui avrei potuto scrivere la spy story, il romanzo psicologico o altro, e davvero non riuscivo a capire da dove prendere le mosse. Poi, quando l’ho incontrato, mi è venuto naturale partire dalle difficoltà che stavo riscontrando – ancor dopo che con me stesso, con questa storia – perché era una vicenda piuttosto delicata. All’inizio avevo un po’ di remore sulla fattibilità di un’operazione come questa, soprattutto pensando a una casa editrice: ecco, se per me c’erano mille motivazioni, per una casa editrice non era facile imbarcarsi in un progetto di questo tipo. 
Poi ho incontrato Manzoni, sono partito da me e dalle problematiche emerse rispetto alla materia del libro e piano piano mi sono reso conto che in quei due giorni – ma anche nei contatti che abbiamo avuto poi, perché il materiale si è arricchito, abbiamo avuto uno scambio di e-mail molto forte, molto presente negli anni – non era soltanto lui che si stava mettendo a nudo davanti a me, ma in qualche maniera anche io mi mettevo a nudo davanti a lui e questa specie di doppia nudità la stavamo esponendo agli occhi di tutti. Mi sono reso conto anche di un’altra cosa, e cioè che quello che stavo cercando inconsciamente di fare era un po’ indurre il lettore a denudarsi a sua volta, perché di fronte a questo gioco di specchi tra me e il protagonista io chiedevo implicitamente al lettore di scavare un po’ dentro se stesso per raccogliere quegli elementi di umanità che io avevo visto, condivisi e condivisibili tra me e Manzoni, e che in realtà non riguardavano soltanto noi due, ma anche chi ci stava leggendo. Fortunatamente ci avevo visto giusto, perché molti si sono paradossalmente ritrovati in una storia così estrema all’interno della quale neanch’io all’inizio pensavo di ritrovarmi.
Il tutto ha poi dettato sicuramente anche un po’ una svolta nel linguaggio, proprio nella percezione del disegno e anche nella voce da utilizzare nella scrittura, perché a un certo punto ho dovuto affrontare una voce epica che, almeno fino a quel momento, non era nelle mie corde, dovendo cioè raccontare di battaglie, di scontri, di ammazzamenti e di una figura che a suo modo, nel bene e nel male, soprattutto nel male, ha combattuto, quindi un “guerriero”. Perciò ho dovuto adottare un linguaggio di un certo tipo, cercando di armonizzarlo con gli altri linguaggi che mi servivano per raccontare le altre sottostorie.

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Demetrio Marra, allievo del master Il lavoro editoriale 2021, scrive di «Figure», l'ultimo libro di Riccardo Falcinelli, concentrando la propria analisi sulla lingua e lo stile dell'autore.
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