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E i tempi sono sempre difficili (pillole di Storia dell’editoria)

di Mauro Manconi

Allievo dell’edizione 2016 del master Il lavoro editoriale

CLUB DI AMICI E STORIE IMPOSSIBILI

Michail Osorgin racconta di come, durante la Rivoluzione d’Ottobre, tra il 1917 e il 1922, lui e altri come Chodasevič e Berdjaev diedero vita alla Libreria degli scrittori: un luogo che ospitava volumi ormai proibiti venduti loro da chi aveva bisogno di comprare il pane. Era un punto di scambio per continuare a far circolare buoni libri, che in alcuni casi venivano pazientemente ricopiati a mano: opere uniche ormai perdute. Cercarono infatti di aprire una casa editrice, con risultati stentati, dato il periodo.

Kurt Wolff è il celebre editore tedesco che per primo pubblicò Franz Kafka, Georg Trakl e Robert Walser. Un editore, per fare un paio di esempi, che fu contattato da James Joyce per pubblicare l’Ulisse e che durante le due guerre, fu capace di fondare nuove case editrici solo per pubblicare Karl Kraus. Kurt Wolff credeva che ci fossero libri che il pubblico dovesse leggere e proprio di quei libri tendeva a occuparsi. Esule a New York perché ebreo, fonda Pantheon Books, che a partire dagli anni quaranta è tra le più attive case editrici in traduzione: pubblica classici cinesi, Jung, Pasternak e Lo Zen e il tiro con l’Arco di Eugen Herrigel.

Aldo Manuzio, il veneziano inventore del punto e virgola, fu il primo a praticare l’editoria come forma, come arte. Nel 1499 pubblicò la Hypnerotomachia Poliphili, un libro oscuro, scritto in italiano greco e latino, di autore ignoto, corredato da xilografie, un Finnegans Wake del Rinascimento. Nel 1501 stampò il primo tascabile della storia, un Sofocle in parva forma.

Di Casa Einaudi si è detto molto, forse troppo, ma la parte della storia che preferisco riguarda le sue origini. Al Liceo classico d’Azeglio sotto l’egida di Augusto Monti si formano alcuni personaggi destinati a cambiare il volto della cultura italiana. Sui banchi di scuola e poi fuori diventano amici Norberto Bobbio, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Cesare Pavese e il più giovane Giulio Einaudi. A partire dal 1933, prima attraverso una rivista fondata dal padre e poi con una casa editrice a tutti gli effetti, Einaudi attua il proprio progetto di editoria , come lui stesso la definisce. Dalle lettere editoriali di quel periodo emerge un quadro della Casa come un nucleo policentrico, un insieme di individualità in certo modo affine, che discute, valuta, rifiuta o pubblica. Le proposte sono vagliate da tutti e infine Giulio seleziona, con il fiuto e il gusto dell’unico che sa cos’è un libro Einaudi.

IL GIUDIZIO COME GARANZIA: OVVERO DEL PERCHÉ LA QUALITÀ NON ANNOIA

Ciò che accomuna queste storie è la percezione, conscia o meno, dell’editoria come forma, la volontà di dare vita a un organismo complesso, la casa editrice, che pubblica libri che vanno a costituire un catalogo che la identifica in maniera univoca. Libri necessari in un certo senso, che spostano un po’ più in là la percezione di qualcosa. Il catalogo costituisce l’anima e il corpo di questo organismo. Un organismo i cui componenti, fatti di pagine, non possono essere scelti casualmente.

In un certo periodo della storia dell’editoria letteraria italiana, come Giancarlo Ferretti direbbe molto meglio di me, si poteva far risalire con certezza un certo libro o un certo autore a una determinata casa editrice, perché le stesse Mondadori, Rizzoli, Bompiani, Garzanti e Feltrinelli possedevano un’identità forte, data loro dal progetto e dalla personalità dei rispettivi fondatori. L’ampliamento del mercato, e l’implementazione di logiche manageriali nella gestione di queste imprese divenute ormai di grandi dimensioni, ne ha di fatto mutato la struttura interna e i meccanismi di produzione (del libro), relegando le fasi artigianali a ruoli secondari; con tutta la serie di inconvenienti che questo ha comportato. Appartiene ormai al discorso comune il fatto che le grandi dell’editoria non fanno quasi più ricerca di nuovi autori, limitandosi a staccare grossi assegni quando ne vogliono uno che una piccola ha faticosamente scovato e coltivato. Il sistema dei forti anticipi sui bestseller, l’enorme quantità di copie mandate al macero dopo una scommessa fallita, i buchi di bilancio che ne derivano. Le forti politiche di sconto sui titoli, l’intasamento da novità che in Italia raggiunge vette elevate, essendo uno dei settori di questo mercato più redditizi (le edizioni economiche che non vanno bene quanto la prima). E in ultimo, ma non per questo meno importante, la qualità non solo tipografica ed editoriale del prodotto libro, ma anche la scrittura che si deteriorano; che sono secondarie o affiancate alla presentazione mediatica che sposta l’attenzione e impedisce perfino di sapere se il nuovo bestseller che ho comprato al supermercato sia di Rizzoli o Mondadori (ma.. aspetta… non è che..?).

Fa specie in questo quadro pensare alle figure quasi mitologiche di Pavese, Vittorini e Calvino, per fermarci all’Einaudi; all’Adelphi di Calasso, la più lontana, nelle sue parole da questo tipo di discorsi; a Kurt Wolff; ai pazzi russi che spacciavano libri proibiti e a Manuzio che si inventa questo segno d’interpunzione, senza il quale questo elenco avrebbe un senso diverso. Quello che so per certo è che se c’è un modo di fare questo lavoro che mi piace e che rispetto incondizionatamente è quello di chi, in primo luogo, fa libri che gli piacciono, con un lavoro certosino di scelta, con la capacità di restituire nel catalogo un gusto, un’identità e le idiosincrasie tipiche di chi riproduce una preferenza estetica in qualcosa di concreto, seppur sfuggente al massimo grado. Alla base c’è sempre qualcuno che ha avuto l’ardire di provare, di ritenere che l’umanità necessitasse anche della sua scelta.

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Demetrio Marra, allievo del master Il lavoro editoriale 2021, scrive di «Figure», l'ultimo libro di Riccardo Falcinelli, concentrando la propria analisi sulla lingua e lo stile dell'autore.
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