Intervista alla traduttrice Gina Maneri

Gina Maneri

La prima edizione di Alias, il nostro master in traduzione letteraria, è alle porte. Perché consiglieresti di frequentare questo corso, e a chi lo consiglieresti?

Avere la possibilità di lavorare in gruppo guidati da professionisti è sempre una bella occasione di arricchimento. Il confronto aiuta a liberarsi di idee preconcette e a mediare, e che cos’è in fondo un traduttore se non un mediatore tra chi scrive e chi legge? Consiglierei il corso a chi è agli inizi, ma anche a chi ha già tradotto qualcosa e ha ancora voglia di approfondire e confrontarsi, appunto, con altri colleghi e formatori.

Quando hai scelto di diventare un traduttore? Qual è stato il tuo percorso professionale?

Ho sempre avuto la passione per le lingue straniere, fin da bambina, quando con le mie amiche giocavamo a parlare in un’altra lingua, del tutto inventata. Giocavamo anche a tradurci in “inglese” e “francese”, ci piaceva creare questi grammelot che, pochissimi anni dopo, avrei ritrovato a teatro, nel Mistero buffo di Dario Fo. Ecco, credo che sia nato tutto da lì. È stato quindi naturale, dopo la maturità linguistica e un paio d’anni di vagabondaggi all’estero, iscrivermi alla Scuola per Interpreti e Traduttori di Milano e specializzarmi in Traduzione. Dopo qualche anno di traduzioni di ogni tipo – ho tradotto da manuali per la lavorazione della gomma a bilanci societari, passando per l’arte e la filosofia – sono finalmente approdata alla traduzione letteraria, che mi ha permesso di coniugare l’amore per la lingua e un altro amore di lunga data, quello per i libri. Sono ormai passati quasi trent’anni e non mi sono ancora stancata.

Qual è stato l’ultimo libro che hai tradotto? Come hai gestito i tempi, quali sono state le difficoltà?

Sto ultimando ora la traduzione di Glosa, di Juan José Saer, un autore argentino che è ormai diventato un classico e a cui mi sono dedicata negli ultimi anni. La difficoltà principale nel tradurre Saer è la resa della sua prosa fluviale, musicale, ipnotica, dei periodi lunghissimi e costruiti a scatole cinesi. In Saer forma e sostanza sono inscindibili ed è bene evitare di cedere alla tentazione di semplificare, spiegare, addomesticare: sarebbe un vero e proprio tradimento. Quanto alla gestione dei tempi, credo sia diventato un argomento scottante: facciamo tutti troppe cose e siamo esposti a una quantità di distrazioni un tempo impensabili. Insomma, alla fine consegno sempre puntuale, ma ogni tanto mi piacerebbe riuscire a non lavorare la sera o nel fine settimana.

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