• Home
  • Articoli
  • EFFETTO STREGA – Intervista a Alice Urciuolo (Adorazione – 66thand2nd)

EFFETTO STREGA – Intervista a Alice Urciuolo (Adorazione – 66thand2nd)

Alie Urciolo

A cura di Mario Antonio Caldara e Margherita Gambaro (Scuola del libro), Davide Indino (Liceo classico G. Stampacchia di Tricase) e Marzia Negri (Liceo scientifico A. Issel di Finale Ligure)

Il confronto con la vita e qualche dolore della crescita nella calura appiccicosa di un’estate in provincia, che racconta le vite intrecciate di un gruppo di liceali. Diana, tra determinazione e un rapporto tormentato con il proprio corpo; Vera, sua amica inseparabile, la cui sicurezza si sgretola sotto il peso di una dipendenza emotiva. Vanessa che sottraendosi a un futuro già scritto trova sé stessa e la possibilità di superare il lutto per l’amica Elena, fantasma della comunità dal giorno del suo femminicidio. Poi Giulio, Teresa, Christian. Adorazione ci spiega cosa significhi essere adolescenti oggi, grazie alla naturalezza di chi non lo ha ancora dimenticato. Ci fa planare sui conflitti intergenerazionali di famiglie ordinarie, sulle conseguenze dei social su relazioni e percezione di sé. Sul sesso e sul rapporto con il corpo e tra corpi ai tempi di una nuova e più giusta sensibilità sociale e politica. In diversi modi e misure, tutti i protagonisti dovranno fare i conti con le realtà del presente per trovare ciascuno la propria voce.

Partiamo dal romanzo e dalla struttura. Diverse volte lei ha spiegato come all’inizio avesse in mente tutt’altro impianto e come questo sia stato modificato nel tempo. La costruzione di un’architettura del testo peculiare le ha permesso di dire quanto basta sui personaggi, descrivendo con essenzialità e delicatezza le vite intrecciate di un gruppo di giovani, e non solo. Quanto ci è voluto per creare questo equilibrio? E in tal senso quanto è stato importante l’editing?

C’è stato un momento iniziale, abbastanza lungo, di strutturazione del romanzo e della storia, e solo dopo questa fase ho iniziato a muovere i primi passi modificando alcune scelte di partenza. Ho cominciato scrivendo in prima persona dal punto di vista di Diana, e ho continuato così perché convinta che in questo modo il romanzo sarebbe stato molto più intimo. Avevo quindi deciso di concentrarmi sullo sguardo della protagonista, pur parlando anche dei personaggi attorno a lei, come ad esempio Vera e Christian. Una serie di riflessioni mi hanno poi portata a riscrivere tutto in terza persona e a prediligere un impianto corale, collettivo, e per farlo ho dovuto ragionare su quello che il testo voleva comunicare. Non parlo di scelte prese a priori, ma di cose che evidentemente avevo urgenza di narrare. Presto mi sono resa conto che c’erano dei temi ricorrenti: le dinamiche di potere tra uomini e donne, l’eredità patriarcale, e in parte fascista, con cui una comunità si trova a fare i conti. La vicenda si svolge nell’Agro Pontino, in provincia di Latina, in una delle città principali della zona, e di fondazione fascista. L’ambientazione ha occupato uno spazio sempre maggiore diventando personaggio essa stessa. Andando avanti aumentava sempre più anche il numero di persone che gravitavano attorno a Diana, e di conseguenza anche tutte le relazioni nate erano una declinazione del tema di fondo, di quell’adorazione che dà il titolo al romanzo. È stato allora che ho capito che, per come stavo scrivendo, non aveva più senso scrivere in terza persona. Ho detto all’editor che avrei riscritto tutto quanto, perché non era più il romanzo che credevamo che fosse, era ormai evidente un’altra direzione.

Per arrivare alla fine ci sono voluti diversi mesi, un anno di scrittura intensiva, preceduto da un altro anno di ragionamenti e di lunga elaborazione della storia e dei personaggi.

È evidente che la sua esperienza come sceneggiatrice l’ha aiutata e ha influito molto sulla struttura e sulla forma che ha deciso di dare al testo. Lo dimostra, in particolare, il ruolo strutturale affidato ai dialoghi che segnano i passaggi nella focalizzazione e sono motore all’azione. Com’è riuscita a trovare una nuova formula per gli scambi tra personaggi che fosse efficace nella prosa, per lei che solitamente lavora con il dialogo cinematografico?

La mia esperienza di sceneggiatrice è stato sia un pro che un contro quando ho deciso di tornare alle origini: nasco infatti come lettrice e desideravo scrivere. A vent’anni ho frequentato un corso di scrittura cinematografica e così mi sono appassionata anche a questa diversa forma di scrittura, ma non ho mai abbandonato l’idea di tornare prima o poi alla prosa. L’ho fatto con Adorazione, mio romanzo d’esordio. Avevo a disposizione un bagaglio di strumenti tecnici, avendo già lavorato molto sia alla costruzione di trame e personaggi, sia alla struttura dei dialoghi. Queste sono state armi in più per scrivere, anche se un testo letterario non è fatto solo di questo. Avevo muscoli molto sviluppati per certi aspetti, ma ne avevo anche di meno allenati, come per esempio quelli necessari allo stile e a tutto ciò che il testo letterario è al di là degli elementi compositivi. Ho dovuto quindi faticare, lavorare di più e riflettere tanto sulle scelte stilistiche.

Adorazione può essere considerato un romanzo realistico: c’è una terza persona che in maniera distaccata racconta i fatti adottando il punto di vista dei diversi personaggi senza mai giudicare quello che succede. La mia intenzione era descrivere la vita della comunità e delle persone che ne fanno parte, personaggi sì inventati ma allo stesso tempo verosimili e credibili. Come Diana: una “normale” ragazza di quindici anni di Pontidia. Io sono nata e cresciuta in queste zone, e c’è molto della rielaborazione del mio vissuto e della mia adolescenza perché volevo raccontare la comunità nella maniera più fedele possibile. Da questa scelta – quella della verosimiglianza – ne sono scaturite altre, tra cui quelle stilistica e linguistica che prevedeva un lessico e uno stile semplici, così da ottenere quell’effetto mimetico che potesse rendere realistici parole e pensieri dei personaggi. Ad esempio, una volta il mio editor mi ha consigliato di evitare di inserire in una frase due “ma” troppo vicini e di cambiare uno dei due con “tuttavia”. Io mi sono opposta perché sono sicura che “tuttavia” non è una parola che i personaggi di Adorazione userebbero. Non è verosimile.

L’abbondanza dei dialoghi poi è stata una conseguenza diretta dell’intenzione di dare concretezza ai personaggi, di dargli una voce ricalcando quel modo di parlare della zona in cui sono cresciuta, e cercare così una verità anche nelle loro parole. È stato difficile trovare un equilibrio tra parti dialogate e altre più intime, e spero di esserci riuscita in qualche modo.

Uno dei messaggi che Adorazione sembra voler dare è che per conoscere sé stessi occorre sperimentarsi. Questo comporta ovviamente anche l’errore, l’imbarazzo, l’insoddisfazione. Alla fine del romanzo sembra comunque che i protagonisti più giovani riescano in qualche modo a comprendersi e ad accettarsi. Il dolore vissuto è stato utile quindi?

Secondo me non per tutti. Credo che solo due personaggi, Vanessa e Giorgio, abbiano intrapreso un percorso che alla fine li ha resi più consapevoli. Gli altri hanno faticato a mettersi in discussione, a guardarsi dentro e a porsi le domande giuste. Diana e Vera, ad esempio, dopo tutto l’accaduto sono molto più “perse” rispetto a Vanessa, e sono anche più piccole. Christian invece è bloccato in un luogo che neanche lo rende felice, semplicemente per mancanza di sicurezza, di strumenti e di coraggio. Credo che nel caso di Diana e di Vera il dolore vissuto sia stato come un seme: alla fine del romanzo ancora non è visibile la fioritura completa, ma la direzione è di certo quella di una crescita. Per molti altri è più complicato di così. E lo dico quasi con un velo di tristezza perché quando concludo una storia mi chiedo spesso come stiano i miei personaggi, e se per Diana e Vera penso che le cose andranno bene, per gli altri sono meno convinta.

Passiamo ora ai luoghi. La periferia gioca un ruolo da protagonista: riesce a essere fondamentale senza però rubare del tutto la scena. È chiaro che la vita di provincia innesca dinamiche particolari che uniscono poi i protagonisti in un destino comune. Come è riuscita a costruire questo panorama catalizzante senza cadere in quel cliché di provincia presente nella cultura popolare italiana dagli anni Sessanta a oggi?

Sicuramente il fatto che io sia vissuta lì ha contribuito a rendere più verosimile il racconto. Immaginiamo spesso uno scenario “da cartolina” anche quando si parla della provincia del nostro paese, e questo perché si tende a far leva sul folklore e su quegli stereotipi che ci contraddistinguono e per i quali siamo conosciuti anche all’estero. Penso che, forse, ad aver fatto la differenza sia stato raccontare un luogo del genere – dove si va in chiesa, dove le donne vanno a comprare la verdura dalla signora che ha la terra, la provincia vera insomma – puntando l’attenzione su situazioni come quella di Diana – che si scatta foto e parla su Instagram con i ragazzi di Roma, i ragazzi della città – e mettendo in evidenza la differenza dei contesti. Non si parla mai però di un degrado o di una ricchezza assoluta: credo che la vera forza del romanzo sia la verosimiglianza. Non ci sono eccessi: è rappresentato il mondo di una borghesia piccola, di una provincia che non è né la periferia degradata di Pasolini, né una metropoli ricca. Credo che il 99% della provincia in Italia sia caratterizzato dalle stesse cose, da questo stare nel mezzo.

Il titolo anticipa l’importanza che l’adorazione ha in questa storia. Si tratta di un elemento positivo, ma in certi casi sfocia in situazioni estreme dalle conseguenze negative, come accade tra Enrico ed Elena. L’adorazione è presente anche nelle relazioni genitori-figli e si palesa, come dimostra il rapporto tra Vanessa e la madre, nella non-comprensione da parte degli adulti dei più giovani. Nella letteratura contemporanea non si incontra spesso questo tema, cosa l’ha spinta ad approfondirlo?

Faccio una premessa. È vero che c’è un’incomunicabilità di fondo e un conflitto latente tra la generazione dei genitori e quella dei ragazzi, tuttavia non mi interessava da scrittrice parlare di questo in generale, ma farne un discorso culturale. I ragazzi sono in difficoltà perché non trovano le risposte di cui hanno bisogno e molte volte non hanno ricevuto dai genitori gli strumenti per cercarle, perché a loro volta non li avevano ricevuti dai propri. Stella, la nonna di Vanessa, rappresenta un mondo che è distante solo in apparenza perché in realtà ci riguarda tantissimo. Tutte queste figure, anche se lontane anagraficamente, sono irrisolte allo stesso modo. Mancano degli stessi strumenti e avrebbero bisogno di rispondere alle stesse domande, anche se in un modo diverso rispetto a quello della società in cui vivono. L’incomunicabilità poi è presente sia tra genitori e figli sia fra i ragazzi. Eppure la situazione descritta è ancora più tragica di così perché non c’è un’incomunicabilità e un conflitto palese tra le due generazioni, che sarebbe quasi più augurabile poiché dal conflitto si può ricavare qualcosa e vorrebbe dire che c’è qualcosa di vivo. La relazione tra ragazzi e genitori è un vicolo cieco. Per esempio, la madre di Vanessa, Manuela, vuole il bene della figlia, e prova in tutti i modi a guidarla verso la strada che crede più giusta; solo che lo fa non tenendo conto dei desideri e dei bisogni di lei. L’unica persona che dimostra comprensione è invece il padre: anche se sulla carta potrebbe sembrare il meno indicato ad aiutarla non le imporrà mai una soluzione e la supporterà in maniera concreta. Il problema è che quasi da parte di tutti c’è la volontà di aiutare gli altri accompagnata dall’assenza di un’educazione alla comunicazione. Tutti pensano di sapere cosa sia meglio per gli altri, e in questo rientra il tema dell’adorazione. Un esempio: Vanessa è adorata dai genitori ma quella in cui vive è una gabbia dorata poiché quelle attenzioni la soffocano. Mi sembrava interessante analizzare, da questo punto di vista, la relazione tra genitori e figli.

Il testo è assolutamente attuale per il sistema valoriale e sociale che presenta e per le questioni che tematizza: un nuovo femminismo, le tematiche LGBTQ+, la rappresentazione di nuove situazioni sociali e familiari. Tutto questo è motore all’azione, visibile in filigrana e allo stesso tempo invisibile: come ha costruito l’equilibrio e ha raggiunto l’intenzione iniziale? Perché sembra di intravedere il suo punto di vista ma non c’è mai un giudizio diretto, né autoriale né degli altri personaggi.

Tutto si può riassumere nel fatto che il motore dei personaggi è il “desiderio”. Il problema del desiderio è che quando lo si insegue può rivelare qualcosa di noi che ci piace, ma anche qualcosa che non ci piace o che non comprendiamo fino in fondo. I personaggi sono mossi da questa forza, che a volte va a loro favore, altre volte no. Vanessa si innamora di Arianna e comprende di essere attratta dalle ragazze, cosa a cui non aveva mai pensato perché cresciuta in un contesto che le impediva di farsi domande su sé stessa, e la portava a reprimere emozioni e sentimenti. Diana, invece, è mossa da un desiderio che agisce contro di lei, inizia un percorso alla scoperta della sua sessualità a metà strada tra emancipazione e sottomissione. In generale la tensione tra due cose così diverse ma vicine è stata il motore per scrivere questa storia. Non faccio riferimento solo al percorso di Diana, ma in generale alla presenza di due forze antitetiche già presenti nel titolo che fa riferimento, appunto, ad aspetti positivi – come la dedizione, l’amore, l’affetto, la cura – e aspetti negativi – come l’ossessione, la volontà di possesso, le attenzioni che si tramutano in gabbia. Non avevo risposte da dare ma tante domande da sollevare. Su tante cose mi sono interrogata strada facendo, altre sono state più difficili da maneggiare (come la scena tra Giorgio e Melissa alla casetta). Le zone grigie sono state la cosa più interessante e difficile da scrivere. Con molta cautela ho cercato di arrivare alla fine, ponendomi tante domande e cercando di sollevarne altrettante.

La violenza è presente più o meno esplicitamente lungo tutto il romanzo, in parte nelle situazioni, in parte nelle conversazioni, esattamente come accade nella vita. Forse è proprio la mancanza di filtri che dà tanta dimensione al testo e spinge il lettore a schierarsi. Da dove nasce l’idea di obbligare in qualche modo chi legge a prendere posizione e, soprattutto, come è riuscita a metterla in pratica grazie alla lingua? Quanto presto si è resa conto della portata della sua storia?

Se il testo ha sollevato questo tipo di domande e di riflessioni sono molto felice. La violenza è molto presente nel romanzo sia attraverso qualcosa di visibile, netto ed eclatante – il femminicidio di Elena – sia attraverso qualcosa di più nascosto – la violenza di Giorgio su Melissa – ma ancora di più attraverso la vita quotidiana e quella violenza di genere che va a scapito sia delle ragazze sia dei ragazzi. È emblematico ciò che accade a Giorgio quando dice di non aver voglia di passare la notte con Melissa e i suoi amici lo deridono chiedendogli se sia gay. Come le ragazze, infatti, anche i ragazzi hanno ereditato un codice comportamentale dalla nascita che vorrebbe imporre loro una certa idea di uomo e di donna. I ragazzi devono quindi fare i conti con questo modello di maschio che non deve mostrare la sua vulnerabilità e le sue emozioni. Ovviamente per il tipo di società delineata, gli uomini sono in una posizione di privilegio, ma si tratta di un sistema danneggiato e che danneggia, sia loro sia le donne, nella realtà come nel romanzo. La violenza è qualcosa di molto più sistemico e invisibile, che si palesa attraverso le parole e i piccoli gesti; non è necessario che sia sempre qualcosa di netto, ed è difficile anche per i personaggi stessi capire che quello che è successo a Elena poggia le sue radici in un terreno comune. Di fatto Adorazione non è solo la storia di Elena ed Enrico, ma la storia di tutti i personaggi che devono rendersi conto che quanto è successo li riguarda e che in qualche modo è anche la loro storia. Mostrare la quotidianità e come sia considerato normale un certo tipo di violenza mi sembrava necessario per evitare ciò che succede spesso, ovvero di considerare freak le persone coinvolte in storie simili a quella di Elena ed Enrico. Io non mi ero data obiettivi, ma come dicevo avevo bisogno di parlare con urgenza di cose su cui mi stavo interrogando, e mi sembra che questi interrogativi sono entrati e rimasti nel romanzo, sperando sia così anche per molti altri lettori.

È evidente che il narratore non è “intrusivo”, si mette a tacere e non giudica i personaggi lasciandoli liberi di scegliere come se non ci fossero concetti universalmente riconosciuti di bene e male. Accade la stessa cosa per i lettori: come il personaggio sceglie senza giudizi così ogni storia è soggetta ai diversi punti di vista. A ben vedere forse ci si può fare un’idea di cosa pensa lei, come autrice, tuttavia il testo restituisce una realtà molteplice e, proprio perché lei si fa da parte, un senso di autonomia nella lettura. Com’è stato creare questo clima di non-giudizio che lascia spazio al lettore, ma al tempo stesso fa percepire la sua presenza e posizione di autrice?

Come scrittrice non sono interessata a dare giudizi, anche se credo che il mio pensiero emerga in questo romanzo. Dare spazio a comportamenti che io, come persona, non approvo, non credo abbia compromesso l’emergere del mio pensiero. A me interessa la complessità di una storia e credo che sia sempre meglio mostrare quello che un personaggio sente e fa in un determinato momento, senza affrettare un giudizio da parte mia o di altri. Prendiamo il caso di Christian, un personaggio che non suscita molte simpatie, mi interessava raccontare il suo punto di vista e il suo essere pienamente coinvolto nei momenti insieme a Vera tanto da credere davvero a quello che dice. Questo non vuol dire sposare le sue idee e i suoi comportamenti, ma interessarsi a cosa sta accadendo nella sua mente in quanto essere umano. Ci sono tanti modi di far emergere il proprio pensiero, e una storia lo permette anche senza dir nulla, anche attraverso la scelta di mostrare determinati sentimenti, emozioni e conseguenze. Si cerca quanto più possibile di non interferire con la narrazione e di non censurare niente, ma comunque un pensiero emerge. Trovo che mettermi nei panni di qualcuno di cui non sposo le idee sia molto più interessante di raccontare di un personaggio con cui sono d’accordo.

Revisione a cura di Manuela Altruda

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su telegram
Condividi su whatsapp

Altri articoli

la Storia ha voce di donna

LA STORIA HA VOCE DI DONNA

Cinque scrittrici contemporanee per capire come la letteratura possa raccontare gli eventi capitali del nostro tempo Di modi per raccontare la Storia ce ne sono

Facebook

Scuola del libro

la Scuola del libro è un laboratorio permanente che propone un'offerta formativa intorno a tutti i mestieri del libro: traduzione, editing, grafica, redazione, impaginazione, ufficio stampa, comunicazione, marketing, ebook, social network, editoria digitale; e alla scrittura nelle sue varie forme: narrativa, non fiction, autobiografia, scrittura per ragazzi, giornalismo culturale.
Scuola del libro
Scuola del libro16 hours ago
Un corso concentrato – una lezione di due ore e mezza – in cui Vanni Santoni (Sarmi Zegetusa) spiegherà agli studenti i meccanismi della filiera editoriale, così da fornire gli strumenti indispensabili – assieme a un buon manoscritto – per esordire bene.

Il 13 dicembre, online.

twitter

16 hours ago
Strumenti indispensabili – assieme a un buon manoscritto – per esordire bene, e dove trovarli.

Torna la lezione di @vannisantoni. https://t.co/NajtbOSkWD
scuoladellibro photo

Il nostro instagram