EFFETTO STREGA – Intervista a Donatella Di Pietrantonio

A cura di Michela Iannella, Chiara Martucci e Alberto Scalia (Scuola del libro), e Rita Maria Ruggieri (Istituto superiore Telesi@ di Telese Terme).

È una tarda mattinata nella segreteria dell’università di Grenoble. «Devi rivenire subito a qua»,dice qualcuno al telefono con un accento non più familiare, ma radicato dentro. Qua è Borgo Sud, zona marinara della città di Pescara. Microcosmo povero e primitivo, luogo in cui la protagonista dovrà confrontarsi con il ricordo di un’infanzia anaffettiva, spaccature mai risolte, una sorella radicalmente diversa, ma portatrice delle stesse mancanze. Le due costruiscono un rapporto complementare, affrontando insieme le ammaccature di un matrimonio, il legame instabile con due genitori assenti e la crescita di un neonato che merita tutto ciò che è stato loro negato. Borgo Sud è un romanzo che parla di abbandono e perdita, di traumi e riscatti, ma soprattutto di ritorni. Ed è proprio il ritorno a fare da cassa di risonanza a questa storia in pendenza, rivolta costantemente a un passato ingombrante e tesa verso una risoluzione che non può esimersi dal dolore.

«La pioggia si è rovesciata sulla festa senza il preavviso di un tuono», un incipit che sembra emblematico dell’intero romanzo. Il temporale è inaspettato, ma funge anche da presagio. Quanto la protagonista è davvero vittima di ciò che le viene “rovesciato” addosso e quanto, invece, è incapace di leggere ciò che le capita attorno?

La protagonista non è solo vittima: in parte, quello che le capita deriva dalla sua inclinazione a ripetere comportamenti e reazioni ad avvenimenti che le sono accaduti negli anni del trauma, quello degli abbandoni. Lei ha subito due abbandoni importanti da parte delle madri, quella biologica e quella adottiva. Ma, soprattutto, ha vissuto il vuoto degli affetti familiari. È lei stessa a raccontarsi con queste parole: «c’era qualcosa in me che chiamava gli abbandoni». Quindi sì, in qualche modo lei è vittima, ma allo stesso tempo c’è una coazione a ripetere e infilarsi in certi tipi di relazioni che non possono non fallire. Questo vale anche per sua sorella Adriana. Borgo Sud, in fin dei conti, vuole rispondere proprio a questa domanda: a chi andiamo incontro da grandi, se abbiamo alle spalle questo grande vuoto, questa mancanza, questo vissuto cronico di abbandono familiare?

A proposito di Adriana, lei arriva nella vita della protagonista “invadendola”. Nonostante tutto viene accolta perché a unire le sorelle c’è un legame fondato sulla stessa ferita emotiva: «con mia sorella ho spartito un’eredità di parole non dette, gesti omessi, cure negate. E rare, improvvise attenzioni. Siamo state figlie di nessuna madre. Siamo ancora, come sempre, due scappate di casa». In che modo il trauma unisce le protagoniste e, soprattutto, le rende personaggi complementari?

Il trauma originario è ciò che le accomuna. Prendono poi direzioni completamente diverse, imparando a perdersi, ad allontanarsi e tradirsi, a sentire l’una imbarazzo per l’altra, per la presenza dell’altra. Sicuramente Adriana è una presenza imbarazzante per la protagonista che, al contrario della sorella, costruisce la sua vita sullo studio e sulla fatica, ottenendo una carriera accademica e un invidiabile matrimonio alto borghese. Ma anche Adriana in fondo si vergogna di lei, tanto che la presenta al suo fidanzato Rafael così: «ecco sorema, quella che studia». Quindi sono opposte ma complementari: ognuna sa che l’altra può subentrare e aiutare in base alle sue capacità e competenze. Quando si tratta di sporcarsi le mani è Adriana quella più pratica: «levati con quelle mani da professoressa», dice alla sorella, che possiede invece una maggiore capacità di elaborazione della realtà. Ma sono complementari soprattutto in ciò che le lega: un affetto incondizionato. La loro è una relazione tra pari, tra sorelle, in cui ognuna delle due – Adriana specialmente – sa di poter combinare qualsiasi cosa e di poter poi sempre ritrovare l’altra. All’inizio del romanzo Adriana torna dopo essere scomparsa per un anno e mezzo, periodo durante il quale nessuno aveva notizie di lei. Si ripresenta alle tre di notte, durante una tempesta d’estate, suonando furiosamente il campanello di sua sorella. Lo sa benissimo che la porta le verrà aperta.

Il rapporto fra le due donne è centrale anche ne L’Arminuta, il suo romanzo precedente, in cui Adriana si prende cura della sorella, dandole quell’affetto materno che le mancava. Ora in Borgo Sud sembra una donna in continua fuga. Quanto e come si è evoluto questo personaggio?

Adriana è stata fondamentale. Quando erano bambine ha accolto la sorella in un mondo che le era del tutto estraneo, nonostante ne fosse figlia, introducendola a una lingua madre, familiare che le risultava però sconosciuta. Le ritroviamo adulte con vite opposte l’una dall’altra e che in qualche modo rispecchiano il loro vissuto.

Abbiamo parlato già diverse volte di “trauma”, una parola fondamentale perché anche Adriana ha vissuto il trauma, pur essendo rimasta sempre all’interno della famiglia. Ma si tratta pur sempre di una famiglia disfunzionale. Ognuna delle due risponde a quel vuoto originario in modo diverso, costruendo un apposito sistema di difese. La narratrice investe molto sulla carriera accademica e sullo studio, cercando una forte discontinuità con le origini. Adriana anche cerca di emanciparsi, di liberarsi, ma in maniera del tutto diversa. Si sposta fisicamente, anche se di poco, dalla casa materna. Non è un caso se ho scelto di farle fare poca strada, dal piccolo paese interno a Pescara. Si sposta di cinquanta chilometri, e il cambiamento è solo apparente: Adriana di questa città, non grandissima ma complessa e varia, sceglie il quartiere dei pescatori, che ripropone le stesse dinamiche del paesino da cui proviene, tende a ricercare lo stesso ambiente da cui è fuggita, e non a caso incontra un uomo come Rafael. Nonostante lei ci appaia così esuberante, così “risolta” rispetto alla sorella, le sue scelte sono distruttive e autolesioniste.

 A proposito di questo, Borgo Sud è un romanzo fatto anche di luoghi, all’interno del quale la caratterizzazione dei personaggi è strettamente legata al luogo che abitano. In un certo senso tutti incarnano il posto in cui vivono e a cui appartengono. In che modo i luoghi diventano strumenti identitari?

Per i miei personaggi il luogo non è mai davvero solo uno sfondo. Tra personaggi e luoghi che abitano c’è una relazione strettissima, quasi una proiezione dei primi sui secondi, e viceversa. Lo vediamo soprattutto con Adriana in Borgo Sud. Me ne sono accorta per l’intensità con cui ho percepito che quel quartiere era perfetto per lei. Durante la fase di incubazione del romanzo ho cominciato a muovermi sul territorio alla ricerca di un posto che potesse essere giusto. Volevo portarla verso il mare, e girando per Pescara sono stata folgorata da questo quartiere che non conoscevo affatto, pur vivendo a trenta chilometri dalla città. La prima volta che ci sono andata mi ha accolta una famiglia – in particolare una donna anziana, una delle madri del quartiere, Isolina, scomparsa purtroppo qualche mese fa – e ho avvertito subito la relazione che avrebbe potuto esserci tra la scapestrata Adriana e un posto come quello, un quartiere popolare in cui si vive con le porte aperte d’estate e la chiave lasciata all’esterno d’inverno. Un luogo dove c’è un forte senso di comunità e solidarietà, in cui Adriana avrebbe potuto, e voluto, trovare un surrogato di madre: il personaggio di Isolina non è altro che questo, come la donna reale che ho incontrato quel giorno e che mi ha autorizzata a usare il suo nome. Allo stesso tempo, per l’ambivalenza dei luoghi, è un posto di violenza, vissuta dentro le case, che tutti conoscono e di cui tutti tacciono. Ritornano così i modelli infantili, le stesse dinamiche in un luogo che sembra così diverso.

Ha appena parlato di violenza silenziosa all’interno delle case di Borgo Sud. A questo proposito Rafael sembra un personaggio per nulla secondario e che, anzi, viene connotato enfatizzando la sua condizione precaria.

Rafael rappresenta tutti quegli amori giovanili che la narratrice definisce «sacri e un po’ storti». L’amore tra Adriana e Rafael è sacro all’inizio, come quegli amori assoluti e totalizzanti vissuti da giovani, e che spesso poi si rivelano storti. La relazione tra lei e Rafael dura decenni, ma non si regge su un progetto di vita insieme. Si tratta di quello che in latino viene detto «nectecum, nec sine te vivere possum», cioè «l’impossibilità di vivere con te, ma anche senza di te», quel legame che può diventare un nodo scorsoio. Questo è Rafael per Adriana, quello che oggi potremmo definire un legame tossico: rappresenta il bisogno di farsi male e di ripetere il male ricevuto all’interno della famiglia di origine. Con questo non voglio assolutamente lasciare un’idea disperante. Non c’è infatti un determinismo assoluto, se si ha avuto quel tipo di infanzia non è detto che ci si ritrovi con un compagno o un marito come Rafael. È necessario un percorso, anche doloroso, per poter arrivare a sciogliere questi tipi di legami.

Torniamo al destino. Sembra quasi che la sorte delle due sorelle sia quella di essere abbandonate, prima dalla famiglia, poi dagli uomini che hanno scelto come compagni di vita. In questo senso, la maledizione che la madre lancia ad Adriana sembra una forma esplicita di una condizione esistenziale specifica: quella della solitudine. Come intende lei il fatalismo all’interno della storia?

La maledizione è una formula antropologica che ho attinto dall’enorme patrimonio culturale e antropologico del mio territorio, un patrimonio ricco di tradizioni, superstizioni, riti e magia. La maledizione materna è importante per la sua visceralità: non è una formula recitata a memoria, è qualcosa che spiega che in quel momento la madre – dopo una scena di grande violenza con Adriana – perde ogni capacità di far valere la sua autorevolezza di genitore, e allora tira fuori il seno – l’organo da cui l’ha nutrita – lo punta sulla figlia, e recita: «io ti ho dato sangue e latte, io ti maledico». È un momento di crisi profonda, in cui non c’è modo di tenere la relazione, e gestire il rapporto madre-figlia se non quello di tirare fuori una visceralità violenta che affonda nel legame biologico dei corpi. Allo stesso tempo, si tratta di una maledizione simmetrica, che equivale a quel «mi sembra un po’ troppo per te» che la madre dice all’arminuta dopo aver conosciuto il fidanzato. Forse questo è anche peggio, perché racconta la totale assenza di fiducia da parte della madre nei confronti delle figlie. Per me è questo l’aspetto più grave, la vera maledizione: non credere nel loro domani, non avere speranza nel cambiamento, nell’evoluzione della loro storia familiare. A volte sentiamo genitori parlare in maniera enfatica, anche esagerata, dei propri figli, quasi come se fossero tutti pronti a diventare scienziati, o a progettare il ponte sullo stretto di Messina. Questo può essere un altro tipo di errore, ma sicuramente meno grave della sfiducia totale, del mancato investimento sul futuro della propria prole.

Per tornare ai luoghi: Borgo Sud sembra un luogo senza tempo, lontano dalla contemporaneità evidente della città. C’è una sorta di immaginario ancestrale nella provincia: il lavoro manuale, la fatica di una vita umile, l’essenzialità – anche dei sentimenti. Come ha costruito questa frattura dal presente?

Non l’ho costruita, ma l’ho trovata sul posto. È il frutto del sopralluogo che ho fatto a Borgo Sud, dove ho trovato una sorta di enclave dentro una città molto moderna, definita come la Los Angeles del Sud, e la cosa interessante era proprio questa frattura che definirei circolare: una linea di demarcazione che lo faceva sembrare un paese dentro una città che scorre, invece, con ritmi veloci. Tra le strade di Borgo Sud c’è quasi un tempo diverso, incantato, forse più umano, ma allo stesso tempo primitivo, viscerale e con tutte le ambivalenze del caso. Per questo ho potuto costruire un ambiente particolare, una comunità molto unita e coesa ma ostinatamente omertosa.

Concludendo, torniamo all’origine, ovvero a L’Arminuta. L’Arminuta e Borgo Sud sono due romanzi che vivono di vita propria, ma allo stesso tempo la lettura di entrambi svela sfumature impossibili da cogliere senza la visione di insieme. Secondo lei qual è la percezione del lettore davanti a Borgo Sud con e senza l’esperienza de L’Arminuta? Cosa potrebbe comprendere in più e qual è, al contrario, il vantaggio di approcciarsi a Borgo Sud senza aver prima conosciuto la protagonista nella sua infanzia?

In questi mesi sono andata un po’ a caccia di lettori che avessero letto Borgo Sud senza aver letto L’Arminuta. Borgo Sud è un romanzo autonomo, che può essere letto separatamente, per secondo o per primo, per poi tornare all’Arminuta e scoprire da dove vengono le ragazze e quelle che io chiamo le conseguenze del disamore. In Borgo Sud racconto cosa sono veramente le conseguenze. I lettori che lo hanno lettoda solo, o per primo, mi hanno detto di non aver trovato difficoltà, perché è un romanzo che ha un suo perimetro autonomo, una sua struttura e un suo senso proprio. Io credo che possano essere letti con la massima libertà nell’ordine che si vuole, oppure l’uno senza l’altro.

Revisione a cura di Manuela Altruda

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