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EFFETTO STREGA – Intervista a Lisa Ginzburg (Cara Pace – Ponte alle Grazie)

A cura di Valentina Battisti, Lamberto Santuccio e Davide Tamburrini (Scuola del libro), Flavia Trezza (Liceo scientifico M. Malpighi di Roma) e Greta Borgonovo (Liceo statale G. Parini di Seregno).

Tornare assolutamente a Roma: è questa la necessità che si affaccia improvvisa nella mente di Maddalena, mentre si strucca allo specchio della sua casa parigina. Tornare ai luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza, saziare l’urgenza di rivedere quei palazzi e parchi e strade che hanno partecipato ai lunghi anni di crescita difficile e tormentosa. È questo impulso nostalgico che spinge Maddalena, rimuginando sul viaggio, a ripercorrere e sondare la storia della sua famiglia: la separazione dei genitori, la lontananza della madre, la presenza sfuggente e altalenante del padre, ma soprattutto il rapporto con Nina, sua sorella. Diverse ma complementari, spesso ossessivamente legate (come testimoniano i messaggi che le due si scambiano da una costa all’altra dell’Atlantico), Nina e Maddalena hanno attraversato le burrasche di una famiglia erigendo forme diverse di barriere protettive, ma sostenendosi vicendevolmente con la sola forza della presenza. Saranno queste pagine di confronti, contrasti, ritorni e passi avanti ad accompagnare il lettore e la voce narrante fino al volo fra gli aeroporti di Charles De Gaulle e Fiumicino.

Maddalena, protagonista del suo Cara Pace assieme alla sorella Nina, intraprende un percorso personale singolare e, proprio per questo, da inquadrare e analizzare. In un’intervista ha spiegato bene che la sua liberazione dal carapace, ossia questa protezione che ha eretto come difesa verso tutte le difficoltà della vita, non è altro che appropriazione di identità e ricerca di sé. La vicenda narrata sembra riprendere molte tematiche attuali, tanto da essere percepita come un grido che si fatica a definire generazionale solo perché attraversa molto più di una generazione. In tal senso, quanto la realtà contemporanea l’ha influenzata nella scrittura?

Nel caso di Maddalena c’è una ricerca di identità che l’accompagna da sempre, ma che si risveglia e si attiva per davvero solo nel momento in cui avverte la necessità impellente di tornare a Roma. A partire da quel bisogno assoluto e inalienabile parte la sua ricerca di una definizione identitaria. La protagonista ha ricostruito le sue radici a Parigi ma, come sua sorella, è cosciente del forte deficit provocato dalla fuga della madre e dalla conseguente perdita delle origini. È per questo che sceglie proprio Roma come punto di partenza. La città, però, è rimasta caratterizzata da elementi di inconsistenza, di non compiutezza, che portano Maddalena ad avvertire ancora di più la necessità di trovarsi e chiudere il cerchio o, comunque, di venire a capo dei tanti interrogativi che la tormentano. Poi c’è l’idea di un’identità che si costruisce quando il carapace si rompe grazie a un elemento scatenante e liberatorio. Ad esempio a Parigi, dove vivo e lavoro da ormai diversi anni, quest’anno conduco un bel progetto letterario intitolato Una residenza di scrittura, grazie al quale lavoro con le scuole sull’elaborazione di un dizionario amoroso. L’altro giorno ho invitato Lorenzo Mattotti, il disegnatore del film La famosa invasione degli orsi in Sicilia, che ha fatto una bellissima lezione sulla parola «identità» che, secondo lui, è fatta anche di vuoti, silenzi e buchi. Per Maddalena questo è molto vero. C’è la necessità di ricostruire una memoria familiare che appartenga sia a sua sorella sia a lei, e ciò avviene riposizionandosi in un luogo che è quello della sua potenziale soggettività. Perché Maddalena, ingombrata dalla sorella e dalla loro storia, non ha ancora veramente esplorato tutte le sue identità.

In un passo dal libro si legge: «[…] dopo la vacanza a Ponza con la mamma e Marcos le nostre complicità parevano moltiplicate. Una più una più una: ci univa un’addizione, la stessa che generava il nostro patto. In mezzo a noi due, segno di somma e suo motivo, Gloria, la sua assenza/presenza». Proviamo a sintetizzare gli eventi di questa famiglia. Prima di tutto la separazione dei genitori, a cui segue il sottrarsi sia della madre che del padre al proprio ruolo. Divisione, sottrazione, moltiplicazione e addizione: sembra quasi che l’aritmetica sia uno dei metodi attraverso i quali analizzare e sondare una famiglia. Nel caso specifico di questa storia, e soprattutto nell’analisi che ne fa Maddi (al tempo stesso osservatrice e protagonista della famiglia), questa famiglia da quali segni matematici ci mette in guardia? Quali sono gli inciampi che rischiano di non far tornare i conti?

Apprezzo questa interpretazione attraverso le operazioni matematiche perché è vera, è qualcosa su cui io stessa avevo riflettuto. Questa contrapposizione fra la sottrazione dei genitori e l’addizione composta da Maddalena e Nina è molto sentita. Sul termine addizione ho ragionato molto. Avrei anche voluto renderlo nel suo significato inglese di addiction, come a voler sottintendere un elemento di dipendenza, perché spesso le “addizioni simbiotiche” comportano una dipendenza reciproca. Poi, lavorandoci in fase di editing, la parola si è rivelata ambigua, perché in italiano addizione non ha quel significato. Tra Maddalena e Nina c’è sì un’addizione, ma anche una moltiplicazione che dà come risultato il loro rapporto. Nel gioco di specchi, intricato dal punto di vista delle traiettorie, c’è Maddalena, c’è Nina, ma c’è anche questo ibrido composto da loro due e dalla loro alleanza. Direi però che il vero tema di Cara pace è l’operazione della divisione, perché si tratta, per le due sorelle, di riuscire a separarsi: separare non solo le identità ma anche i destini, ricongiungere i fili così da poterli finalmente tagliare.

Tra l’altro si parla di adolescenza, un periodo molto delicato.

Sì, si parla di adolescenza ma prima ancora – perlomeno questa era la mia intenzione – ci sono gli sguardi dell’infanzia, che sono complici ma anche gelosi, che percepiscono i membri della famiglia come qualcuno che si ama ma poi si teme, o comunque si vuole allontanare. Maddalena e Nina bambine sono abitate da sentimenti violenti, molto frontali. Anche qui dunque è divisione: dividersi da un tempo ma, soprattutto, dividersi tra loro.

Parliamo di Myléne, uno dei pochi adulti positivi del romanzo, soprattutto per le bambine che si definiscono «orfane seppur con entrambi i genitori ancora in vita». Attraverso lo sport, Myléne impartisce la disciplina, ciò che alle bambine manca e che loro stesse richiedono. In che modo pensa che lo sport possa essere considerato una «cura»?

Io penso molto allo sport come cura, sia dalla depressione sia da tanti altri stati d’animo. Sono convinta che l’allenamento quotidiano, inteso come appuntamento con il proprio corpo, giochi un importante ruolo regolatore, soprattutto durante le situazioni difficili. Per loro è così. Myléne, questa sorta di governante, porta il valore della misura e del contenimento. A Maddalena piace molto perché nella sua visione di carapace Myléne è una persona forte che insegna loro, più che il linguaggio affettivo, quello della difesa e della concentrazione. Lo sport insegna a tenere la mente lucida ea fare un movimento alla volta. Questo crea una sorta di serenità mentale: lo sport è un grande maestro di umiltà, insegna come vivere le competizioni e i conflitti. Per queste ragazze, poi, ha un valore aggiuntivo di salvezza: è un’ancora, una sponda di realtà e di quotidianità, di abitudine. Crea e sostituisce il calore di un focolare domestico, assume una forma, oltre che contenitiva, protettiva e affettiva, tant’è che nella distanza – Maddi a Parigi e Nina a New York – c’è una sorta di telepatia, tutta giocata sull’idea che entrambe sanno che l’altra avrà un momento della giornata fisico. È una fonte di complicità, anche a distanza.

Ha accennato a Parigi e New York, ma anche Roma ha un ruolo decisivo nella narrazione. Alcune sue interviste, lasciano intendere che l’idea iniziale del libro sia derivata da un’immagine ben precisa: tornare a Roma. Il suo obiettivo era darne un’immagine tangibile, concreta, visuale o una più vagheggiata e amorfa? Si pensi agli scorci urbani nei film di Antonioni, come L’eclisse. Era importante che Roma fosse Roma in quanto città concreta e visualizzabile o ciò che contava era l’idea del ritorno?

Direi più la prima. La nostalgia per Maddalena è un esercizio di rivisitazione mentale dei luoghi, come se ripercorresse le scene concentrandosi su di essi. Questo è un elemento autobiografico: io sono a Parigi da undici anni, ma prima vivevo a Roma e ci penso spesso. Ho scritto un piccolo libro che si chiama Buongiorno mezzanotte, torno a casa incentrato proprio sulla nostalgia e sulla creatività che nasce quando si è lontani. Per Maddalena, però, la nostalgia è come un film fatto di scene, scorci, strade. Subentra quindi l’esercizio mentale di ri-vedere. Lei chiude gli occhi, si concentra e rivede un vicolo, una luce, un momento. La nostalgia sa essere di una precisione impressionante e per Maddalena diventa un grande motore di racconto(ed è anche un grande motore di scrittura). Non a caso lei decide di dipanare questa storia all’indietro: tornando, sente forte l’urgenza di ricomporre il racconto, quasi sempre attraverso la consistenza reale dei luoghi di Roma. La città per le due sorelle è anche emblema della madre, Gloria, il luogo dove lei è morta da poco. Dunque non solo luogo di malinconie, ma anche di pensieri pieni di quell’amore materno incondizionato che loro hanno conosciuto poco e che, almeno in parte, la città sostituisce.

È possibile quindi dire che c’è una dimensione più spirituale e una invece più concreta, e che entrambe si riversano nei paesaggi di Villa Pamphili, di Porta San Pancrazio, il quartiere Monteverde, via dei Quattro dei Venti. Tornando proprio al tema della nostalgia, è evidente che nei dodici testi finalisti al Premio Strega ci siano degli elementi comuni, tra cui, appunto, quello della nostalgia, ma anche il ritorno, i legami familiari spesso difficili, interrotti e problematici, indagati attraverso una sorta di introspezione sia linguistica che psicologica. È il linguaggio stesso che assume una connotazione psicologica. Secondo lei possiamo dire di essere all’inizio di una sorta di narrativa di «genere», contraddistinta da questi argomenti comuni? O piuttosto che quello che abbiamo vissuto nell’ultimo anno, il riavvicinamento al nucleo familiare, abbia influenzato l’emergere di questi temi?

Credo che diversi libri della dozzina siano stati scritti prima del COVID, ma mi limito a parlare di Cara pace, che sicuramente è venuto alla luce prima della pandemia. Questo periodo senza dubbi o è stato uno spartiacque molto forte, ma parlare della nascita di un nuovo genere a me sembra troppo azzardato, e forse prematuro. Penso che quest’anno ci sia stata una convergenza di temi molto interessante, per cui i dodici libri sicuramente hanno contesti simili. Se la famiglia sarà anche al centro dei romanzi dell’anno prossimo non lo so, ho molti dubbi.

In Carapace, la famiglia, al di là della sua struttura, è un luogo di emozioni e il mio è stato un tentativo di non vederne l’aspetto formale. Nonostante il dissesto dei legami sia centrale, non è l’argomento più importante, che è invece l’amore, il fatto che si possa amare un parente, un familiare, un genitore, e poi lo si ami meno. Tutto questo ha a che fare con dei flussi che sono estremamente vivi e violenti. Penso che questo sia un aspetto contemporaneo, in parte potenziato dalla pandemia, perché nell’ultimo anno e mezzo sia la famiglia che la casa hanno occupato uno spazio enorme nelle nostre vite. Gli effetti sulla narrativa in prospettiva sono però difficilmente prevedibili. Forse abbiamo semplicemente raccontato la famiglia con un commiato narrativo, come qualcosa che cambia forma. Allora la pandemia ha solo il pregio, se così si può dire, di far affiorare l’importanza dei legami interiori, dove la forma conta poco. Penso che di «famiglia» e «casa» ne avremmo fatto una tale overdose che potrebbero essere strutture destinate a mutare.

Torniamo a Maddalena. Roma per lei è importante perché è lì che avviene un incontro decisivo per la sua esistenza. Senza svelare troppo, possiamo però dire che sembra un evento non casuale, immaginato per dare modo a Maddalena di capire finalmente cosa aveva spinto la madre ad abbandonarle, e di concludere così il capitolo della sua infanzia e cominciandone uno nuovo.

È stato un momento molto particolare, venuto da sé con il fiume della trama. Una vera e propria epifania. Come a volte succede nella vita, ci sono momenti in cui rinasciamo perché conosciamo nuove parti di noi. Questa inquietudine di Maddalena è come se mi si fosse creata tra le mani, non era premeditata. Lavorando e sviluppando il romanzo ho capito che arrivava una svolta per lei, ed è stata lei stessa a suggerirmelo. Dopo questa svolta comprende meglio la storia di sua madre, con una nuova apertura; come quando cresci e pensi a tua madre, a tuo padre, e a un episodio della loro vita in cui tu non c’entri direttamente e riesci a vedere solo una donna e un uomo, e la loro storia di vita. È lì che c’è il momento di commozione e comprensione. Mi sono emozionata anche io quando ho capito che era un cerchio che si chiudeva perché grazie a quell’episodio Maddi risolve anche se stessa. Oggi il rischio è che certe scelte di vita dei più giovani siano inconsapevolmente condizionate dalla figura dei genitori e che, nel tentativo di diversificarsi, poi si resti ancorati. A volte basta lasciarsi per ritrovare una somiglianza o dei punti di contatto profondi con la storia dei nostri padri e delle nostre madri.

Lei ha pubblicato molti libri, da Desiderava la bufera a quest’ultimo, passando da Per amore, la rilettura di Frankenstein in Pura invenzione o ancora la fascinazione dei colori brasiliani in Malia Bahia. Questo viaggio fra i generi è anche un viaggio fra case editrici: Feltrinelli, Laterza, Marsilio e altre. Vorremmo sapere se questo comporta un certo spaesamento o se invece è un movimento prolifico per la sua scrittura.

Cambiare editore non ha niente di particolarmente fecondo, ma è importante trovarsi bene quando si pubblica. L’essere stata vagabonda fra editori non è qualcosa di cui vada fiera in nessun modo. Per quanto riguarda la diversità di genere, mi succede di aver voglia di scrivere cose di carattere più teorico. La narrativa nel tempo diventa più esigente, in termini di qualità del lavoro e di tempo da investire. Non so se sarà sempre così. Finora mi è successo di sentire una libertà creativa, chiamiamola così, nel misurarmi con generi diversi. Sono state fasi. Malia Bahia, ad esempio, mi è caro. I reportage sono bellissimi esercizi. Tanti scrittori del passato si cimentavano con altri generi e spesso i narratori erano grandi reporter, cosa che in questo momento non è possibile, ma è meraviglioso viaggiare e raccontare ciò che si vede. Trovo, in teoria, utile e bello il potersi misurare con generi diversi; nella pratica, confrontandosi con la mole di lavoro, il tempo, la qualità e magari una certa precisione, è più velleitario.

La scelta del titolo Carapace deriva da una questione melodica? O forse perché le due dimensioni del carapace sono rifugio della pace dell’anima e rifugio fisico vero e proprio, e vanno di pari passo, alternandosi a seconda delle situazioni della vita? E a questo proposito, quando inizia davvero a creparsi il carapace di Maddalena? Solo alla fine del libro? E cosa ne farà, poi, del carapace? Lo lascerà a Roma o lo porterà con sé, sempre e comunque?

Per il titolo, inizialmente avevo deciso di usare la parola intera, in riferimento all’amore di Maddalena per la sua tartaruga. In seguito ho preferito separarla, un po’ perché mi piacciono i giochi di parole, ma soprattutto perché, mentre ero già molto avanti con la scrittura, mi sono accorta che c’era un rapporto tra i due termini e, in fondo, questo rapporto definiva un altro tema a sua volta importante: l’opposizione tra il proteggersi e lo stare bene, aprirsi, accogliere il futuro. Ho trovato una dialettica interna tra la cara pace e il carapace, che mi sembrava importante.

Il carapace di Maddalena comincia a fratturarsi davvero durante il suo viaggio, anche se le crepe si formano molto prima. In lei c’è qualcosa che la comprime. In questo senso è esplicativo il momento in cui conosce Pier, suo futuro marito, quando per sbaglio rovescia un bicchiere di vino rosso sulla camicia di lui. È un attimo, un piccolo errore, ma per lei che non sbaglia mai è il segnale che ha bisogno di essere spontanea, anche più goffa se necessario. Maddalena ha un problema di iper-controllo sulla realtà e, in fondo, per come penso il suo personaggio, il suo trasferimento a Parigi, il matrimonio, la maternità, sono già attimi di respiro. Poi però qualcosa comincia a pulsare, ovvero l’insoluto, il non chiaro. Nel momento in cui comincia ad affacciarsi in lei l’inquietudine che la spinge ad andare in cerca del passato, inizia il processo di fatturazione, e con esso arriva il ricordo, la necessità di ricomporre i pezzi e voler raccontare di nuovo la storia a se stessa, a Nina, a tutti i lettori. Maddalena però è molto turbata dal racconto della realtà, ha paura del passato. Parlando di sua sorella che è negli Stati Uniti, dice: «questa continua fatica di giostrarmi tra immaginazione e realtà pur di stare vicino a Nina»; è sempre un po’ in un ping-pong, sempre un po’ sbilanciata. Dunque questa Cara pace è un’invocazione per sé, per placare la sua angoscia.

Quanto al rapporto delle due sorelle con la madre, si può dire che la vacanza di Nina e Maddalena all’isola di Ponza sia un momento fondamentale. Lì la madre tenta per la prima volta di spiegare quali sono state le motivazioni che l’hanno portata ad allontanarsi dalle figlie. Nonostante sia quasi un momento di catarsi, Nina e Maddalena non capiscono subito e la loro prima reazione è quella di tuffarsi in mare, di scappare, di rifiutare questa confessione. Solo più tardi, verso la fine del romanzo, c’è quell’istante in cui Maddalena finalmente capisce la madre, e questa comprensione da un certo punto di vista umanizza la figura di Gloria che era stata sempre osservata attraverso un filtro divino, mitizzato. «Per la prima volta mi sembra di capire mia madre, la sua fuga, quando noi eravamo troppo piccole e tutto quanto ne è seguito»: è qui che per la prima volta Maddalena usa la parola «madre», che è sempre chiamata col nome proprio, Gloria, quasi a voler imporre una sorta di distacco. È interessante indagare i due diversi momenti di questa comprensione, il primo che non è compiuto e si risolve con una fuga, e un secondo di comprensione finale, che umanizza sia Gloria sia Maddalena.

Sì, soprattutto direi che in entrambi i momenti, quindi sia in Nina a Ponza che in Maddalena sul trenino mentre va all’aeroporto, c’è uno stato di non-giudizio. Entrambe si sottraggono. È vero che Maddalena umanizza per la prima volta Gloria usando la parola «madre», però è lei che decide di accogliere questo evento del passato, dandosi la possibilità di percepirne le fibre emotive più forti. Quella scena sulla spiaggia, quella confessione, ci ho messo tanto a scriverla, perché da parte di Gloria c’è uno sconfinato amore nel momento in cui racconta alle figlie le proprie contraddizioni di donna, un metterle a conoscenza di una sé estremamente intima, complessa, le rende depositarie di una sua inquietudine che l’avrebbe comunque spinta ad andar via. Il punto non è se ama un altro uomo – quello è quasi una conseguenza –, ma per Gloria andare via significa rispondere a sé stessa. Questa inquietudine profonda rimarrà impressa nella memoria delle due bambine, perché un genitore che si mette così tanto a nudo è difficile da accettare ma alla fine, col tempo, arrivi a stimarlo e sentirlo vicino.

Per concludere torniamo al rapporto tra le due sorelle: nonostante siano così diverse, hanno caratteristiche e tratti simili. Nina è molto estroversa ed esplosiva mentre Maddi è più chiusa, entrambe sono portatrici di un carapace e sono accomunate da un grande amore per lo sport e per la vita. Seppur nella diversità, come sono riuscite a cementificare il loro rapporto?

Entrambe hanno molta energia, sebbene abbiano un approccio alla vita opposto: una misurata e pacata, l’altra molto teatrale ed egocentrica. Però anche io trovo che le accomuni qualcosa di molto diretto; questo perché hanno vissuto assieme la paura, la solitudine e l’abbandono. Le tragedie le hanno legate per tutta la vita, come in un patto fatto di grande dolore e paura. Questo sostenersi rende difficile cambiare un rapporto così esclusivo. Poi però arriva l’esigenza della separazione che aiuti a capire che si è diverse: una diventa madre, l’altra no; una ama più uomini, l’altra uno solo; una è paziente, l’altra irrequieta. Tutte opposizioni accomunate dai duri episodi di una vita comune. È un rapporto inossidabile che però, soprattutto nell’età adulta, è necessario ossidare, cambiare, modularne la temperatura, la qualità, e soprattutto la vicinanza. In fondo, la frattura del carapace per Maddalena è anche questo: rompere rispetto a quella natura ibrida che la lega a sua sorella, potersi così inventare un’identità nuova. Il loro è un legame fortissimo ma di difficile elaborazione nel tempo. Fino a un certo punto regge, anche nei suoi conflitti, poi si complica anche a causa della presenza degli uomini. Una sorella troppo vicina si ha bisogno di allontanarla dalla mente, anche solo per dedicarsi al rapporto coniugale. Sono tutte metamorfosi che comportano comunque un dominio del passato, nel loro caso particolarmente denso e difficile. Questo processo di divisione è più laborioso, perché hanno e avranno sempre tanti fili che le tengono legate.

Revisione a cura di Manuela Altruda

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