EFFETTO STREGA – Intervista a Veronica Galletta (Nina sull’argine – minimum fax)

Intervista a Veronica Galletta

A cura di Sofia Pennino, Carmen Alfano e Alessandro Montagnese

Caterina è una donna e fa l’ingegnere. Quando il suo capo viene inquisito, ottiene il suo primo incarico importante; si tratta della costruzione dell’argine di un fiume, ed è così che la sua vita comincia a straripare. Al cantiere reale, di fango e pericoli, dove Caterina dovrà conquistare il suo spazio tra gli uomini dimostrando loro chi comanda, si aggiunge quello intimo, e lì è Nina: il suo compagno se n’è andato, lasciando a casa tracce di sé anche tra i libri. Come in apnea, Caterina tira dritto, non può permettersi cedimenti. Di notte, però, torna al cantiere dove un uomo continua a lavorare, e con lui Caterina respira, senza trattenere dubbi, paure e incertezze. Un libro che è un incontro di solitudini, che mette in evidenza quanto la parità di genere sia una meta ancora da raggiungere, perché i lavori sono appena iniziati. Veronica Galletta racconta il percorso della costruzione e dell’affermazione di sé, tra e con gli altri: un cantiere in continua evoluzione.  

Dal testo ci sembra che emergano due anime di Veronica Galletta, quella da ingegnere e quella da letterata. Come vive lei questa scissione, se così può essere definita, e quali sono i punti di contatto tra le due professioni? Nel romanzo c’è qualche episodio relativo all’ambito lavorativo che ha davvero vissuto?

Non è facile dire cosa appartenga al mio vissuto, quali sono gli episodi che ho sentito raccontare, cos’altro ho rielaborato, immaginato, ricostruito. È come se fossero stati tanti piccoli inneschi. Mi è capitato davvero che una signora mi chiamasse la mattina presto (come la signora Bola), ho lavorato con maestranze straniere, mi sono occupata di prescrizioni ambientaliste, conosco il freddo e il caldo del lavoro in campagna. L’innesco principale credo sia il ricordo della prima volta in cantiere, la delusione davanti all’opera in corso, così diversa da come l’avevo progettata.

Il rapporto con Pietro, il suo ex compagno, sembra mettere a nudo la protagonista; in sua presenza Nina è disarmata e quasi impotente. La sua rabbia si riflette sugli oggetti che ancora trattengono le sue tracce: alle piante viene tolta l’acqua, i libri vengono sventrati. Un’azione forte, quest’ultima, che toglie sacralità ad oggetti che hanno importanza per la protagonista. Che ruolo ha la letteratura nel romanzo, e quali sono i suoi riferimenti letterari?

Nina sull’argine è il secondo romanzo che scrivo, e di nuovo, come ne Le isole di Norman, mi sono ritrovata a costruire la storia intorno ad alcuni libri, citati in maniera più o meno esplicita, e quindi ne deduco che deve essere una cifra mia. Leggo molto mentre scrivo, e quello che leggo finisce dentro al testo, in forme più o meno palesi. Riferimenti, omaggi, citazioni. Brani, frasi, parole. La scena in cui Caterina taglia i libri a metà, che ho scritto con difficoltà, in parte soffrendo, forse rappresenta il mio modo di approcciarmi alla lettura, che cerco di conservare sempre. Un modo libero, quasi punk, che trattenga il divertimento. Riguardo ai riferimenti letterari, è davvero difficile, è come decidere se voglio più bene al papà o alla mamma, ma con decine di papà e di mamme. Ogni libro che ho scritto ha i suoi riferimenti, impliciti ed espliciti. Quelli di Nina sull’argine sono in parte dichiarati quando Caterina va in libreria.

La signora Bola, la donna che si oppone e non firma l’esproprio del terreno per la costruzione dell’argine, sembra un po’ l’antitesi di Caterina; è quella che rifiuta l’oppressione dell’uomo sulla natura e che a suo modo riporta Caterina alle sue origini, attraverso il cibo che le propone e impone. È così secondo lei? Che ruolo le attribuisce?

La signora Bola è il collegamento fra i vivi e i morti, fra il mondo di prima e quello di adesso. La sua famiglia era amica della famiglia dell’uomo nello scavo, e probabilmente sa più di quello che racconta. È una donna caparbia, ambigua. Le scene che la riguardano, nella sua casa, le ho sempre immaginate scure, piene di ombre e oggetti nascosti, anche quando si svolgono in piena luce. Un po’ bambola horror, un po’ arsenico e vecchi merletti, come si dice anche nel romanzo. Per me rappresenta un certo modo ostinato di approcciarsi alle cose, e la fierezza di chi sa che perderà ma non si arrende lo stesso. Io la trovo molto divertente.

Caterina non torna a casa durante le feste e sembra quasi essere infastidita quando si parla della sua terra natale. Che rapporto ha con quel luogo? Non vuole o non riesce a mettere radici?

Credo che Caterina si sia mossa dalla Sicilia spinta dall’inquietudine. Dico “credo” perché non lo so fino in fondo, ho deciso di costruire questo personaggio raccontandone parti senza interrogarmi sulla somma, per restituire una figura frammentata, contraddittoria. L’inquietudine, insieme alla lucidità con la quale riesce a vedere le contraddizioni del mondo in cui vive, la rendono inadatta al compromesso. E decidere di fermarsi, di accettare un luogo come proprio, è certamente un compromesso.

Nel suo romanzo vengono affrontati diversi argomenti, uno di questi è senza dubbio il tema del lavoro e delle morti bianche. Secondo i dati statistici rilevati dall’Inail, nel 2021 più di 3 persone al giorno (1221 in un anno) sono morte nell’esercizio della propria attività lavorativa, cifra inaccettabile per un paese che si ritiene sviluppato. Un paese che, a differenza di Caterina, non segue le regole. In tal senso, crede che nel settore ingegneristico ci siano Caterine a sufficienza, uomini o donne che siano?

È una domanda davvero complessa, a cui non è semplice rispondere. Credo che dipenda dall’intrecciarsi di vari fattori, normative stratificate tanto da risultare inapplicabili, frammentazione degli appalti e delle competenze, scarsa formazione dei lavoratori, contratti impossibili da rispettare se non con ritmi serrati. Ognuno di questi fattori, da solo, riduce la sicurezza sul lavoro. Messi insieme, la rendono un caso. Perché più di milleduecento morti in un anno è una cifra spaventosa, dà l’idea di un problema sociale. Per questo, per quanto ne ammiri l’ostinazione e l’etica, non credo che bastino tante Caterine. Non sarebbe neanche corretto. Sono questioni che devono essere affrontate strutturalmente, e non scaricando la responsabilità, o il merito, sul singolo.

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