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EFFETTO STREGA – Intervista ad Alessandra Carati (E poi saremo salvi – Mondadori)

A cura di Bianca Di Prazza e Roberta Cutillo

C’è una vita prima della guerra e c’è una vita dopo la guerra. Questo Aida lo impara presto quando, nel cuore della notte, deve scappare perché i soldati stanno raggiungendo il suo piccolo villaggio nei Balcani. Con la mamma incinta affronta il calvario dei rifugiati e arriva in Italia, dove il padre già lavora. Insieme cercano di ricominciare da capo, ma non esiste luogo abbastanza lontano in cui fuggire se la guerra ormai te la porti addosso. Spettatori inermi di una catastrofe distante, Aida e la sua famiglia faranno sempre i conti con la vita interrotta in ex-Jugoslavia: la mamma presa da una profonda malinconia e il padre da una rabbia che consuma anche gli affetti. E poi saremo salvi è un romanzo che racconta della condizione permanente del rifugiato: la dimensione sospesa tra il di qua e il di là. Ma è anche una storia che parla di famiglia e guerra, di fughe e ritorni, e di come, di fronte al dramma della vita, a volte bisogna salvarsi da soli.

Nel raccontare la storia di Aida e della sua famiglia, lei mette a fuoco una realtà purtroppo attuale: l’esperienza dei rifugiati di guerra, l’incontro prematuro di una bambina con la violenza degli uomini e l’allontanamento forzato da casa. Come ha fatto a trovare la chiave giusta per raccontare questa storia in maniera da restituirne la complessità, ma allo stesso tempo rendendola accessibile a tutti, anche a chi tende a evitare realtà difficili o scomode?

Ho cercato di spostare il fuoco su una quotidianità che è comune a molti. La famiglia di cui scrivo subisce un evento radicale di cui non abbiamo esperienza diretta, eppure nel corso della storia attraversa piccoli conflitti e situazioni legati alla crescita dei figli, a preoccupazioni domestiche che ci suonano familiari. In fondo, si scrive sempre di esseri umani. Dall’altra parte, ho cercato una lingua piana, semplice, quasi trasparente. La materia narrativa era molto densa e, per bilanciarla, la ricerca sulla lingua è andata in direzione opposta.

Questo romanzo racconta una storia di separazioni e ricongiungimenti. Nella ricerca del suo posto nel mondo, Aida dapprima rinnega la sua famiglia biologica accettando di farsi adottare da una coppia di italiani, e, alla fine, diventa adulta da sola. Quale modello di famiglia è fondamentale nel testo: quella che salva o quella che incatena? Che ruolo ha il tema del “taglio delle radici” nello sviluppo della protagonista?

Nel libro non c’è un modello di famiglia che funziona del tutto. Sulla strada della propria individuazione, Aida procede per strappi, proteste, malinconie, disperazioni, rabbia. Anche mentre lascia i genitori biologici, non fa altro che desiderare che le chiedano di restare. Vive profondamente tutte le ambivalenze di un’adolescente che desidera emanciparsi e allo stesso tempo ne è terrorizzata.

Per non soccombere all’ingiustizia subita, Aida e i suoi genitori si allontanano volontariamente dal passato e dalla sofferenza. Ibro, il fratello nato in Italia che doveva rappresentare una nuova vita per tutti, sviluppa una forma grave di schizofrenia paranoide. Tuttavia, è l’unico che, nella malattia, entra in contatto con la parte più genuina e vulnerabile di sé. L’esperienza dolorosa di Ibro è l’unica cosa che riesce a ricomporre la famiglia dilaniata dalla sofferenza, dalla nostalgia e dalle cose non dette. Il dolore può diventare un ponte tra solitudini, un mezzo per mettere in comunicazione individualità ormai separate inesorabilmente?

Il dolore di Ibro è il dolore provocato dalla lacerazione della guerra. È come se Ibro si assumesse per intero il peso della disgregazione di un paese e della propria famiglia, permettendole così di trovare un nuovo centro – anche affettivo – e di continuare a vivere. Sotto questo aspetto il suo dolore è sicuramente un ponte, perché permette un passaggio e una trasformazione; a un prezzo altissimo, però.

Le donne sono quelle che nella crisi pagano sempre il prezzo più alto. E poi saremo salvi offre molte riflessioni sul ruolo delle donne e delle madri nel farsi carico, purtroppo, delle tragedie familiari. Qual è la funzione delle varie figure materne che entrano nella vita di Aida?

C’è un grande materno nel libro, che è spalmato su più figure. Quando sua madre non è in grado di accudirla, Aida può contare alternativamente sulla nonna, sulla zia e alla fine su Emilia, costruendo così una personale costellazione di riferimento, grazie a cui riesce a traghettarsi nella vita adulta. La storia d’amore più profonda della sua infanzia resta però quella con la madre.

Un’altra dimensione fondamentale del romanzo è quella della casa. Quella abbandonata, quella da ricostruire. Che ruolo ha per lei e per la sua vita di scrittrice il concetto di casa? È quello della dimensione intima e raccolta in cui creare o quello di bacino a cui attingere quando cerca ispirazione?

La casa per me è fondamentale, ed è il luogo fisico dove trovo la quiete necessaria per leggere, studiare, scrivere, pensare. Dopo l’esplorazione e l’osservazione del mondo per trarre spunti su cui lavorare, ho la necessità di raccogliermi in un posto intimo, sicuro.

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