Intervista ad Antonio Pascale

Foto di Antonio Pascale

«Io se non pulisco casa, non posso scrivere, se non faccio ordine nemmeno».

Abbiamo fatto una chiacchierata con i docenti dei corsi di scrittura e di editoria per scoprire qualcosa di più sui loro mestieri, le abitudini e i maestri che li hanno ispirati. E per sapere da loro perché frequentare un corso può essere davvero utile. 

Come ti prepari alla stesura di un libro? Hai dei rituali, delle abitudini? Dove trovi ispirazione per le tue storie?

Parafrasando, la tua domanda è: ci sono condizioni che rendono più facile l’accesso alla creatività? Risposta, sì, ci sono. Sono di due tipi, primarie e secondarie. Purtroppo le primarie sono personali, dunque non trasferibili. Io se non pulisco casa, non posso scrivere, se non faccio ordine nemmeno. A volte pure la sistemazione di alcuni libri è importante. Funziona da grilletto, accende qualcosa.  Le condizioni secondarie, invece, sono comuni, dunque ci si può lavorare: in pratica, devi imparare a inseguire i  fantasmi. Che esistono, sono gli spiriti dei personaggi che hai in mente e che, a loro volta, portano il messaggio che vuoi mandare al mondo. Per ascoltarli devi concentrarti sulle voci, la tua (che comunque organizza le voci altrui) e quelle terze. Tendere l’orecchio, imparare a riconoscere la presenza del fantasma (magari ti appare quando sei in motorino, sotto la doccia). E concentrarsi (e un corso è per esempio la stanza dove i fantasmi si manifestano). Anche perché, una volta che li hai ascoltati, poi diventano ossessivi e non se ne vanno finché non hai sodisfatto i loro bisogni.

Quando hai pubblicato il primo libro? È stato difficile?

1999: La città distratta. Scrivevo per la rivista lo Straniero di Goffredo Fofi. C’era una sezione, “lettere dalle città”, e io scrissi una lettera da Caserta, raccontando un po’ le dinamiche di questa città provinciale che ho abitato fino al 1990, circa (con vari ritorni da Roma). Un editore neo nato napoletano, l’Ancora del Mediterraneo, lesse la lettera e decise di farne un libro. C’ho lavorato, ho aggiunto note e altre sezioni e alla fine ecco qua il libro. Ho pensato, e ora chi se lo compra questo strano libro su Caserta? (Né romanzo, né racconto, né reportage, né saggio, ma un insieme di cose.) E invece, il libro va molto bene, vinco premi e poi Einaudi compra i diritti e lo ripubblica. In contemporanea avevo scritto racconti usciti con il titolo La manutenzione degli affetti, grande successo, molti premi. I problemi sono cominciati in effetti col terzo libro, il romanzo, Passa la bellezza. Comunque, se scrivi un buon libro dopo un percorso, accidentato o meno, pubblichi. Quindi meglio concentrarsi sul buon libro.

Quali sono i tuoi maestri di scrittura, i tuoi punti di riferimento?

Fondamentalmente autori di racconti, come Cechov e altri che non mi sognerei nemmeno di imitare, come Kafka, ma che appunto, sono riferimenti importanti. Poi ci sono artisti non narrativi: saggisti, registi, sceneggiatori, drammaturgi, pittori e soprattutto musicisti. Qualunque cosa per avvicinare a me i fantasmi.

Sei uno scrittore sia di romanzi che di racconti, due generi letterari diversi per tipologia e impostazione. Cosa ti fa preferire l’uno o l’altro? Con quale dei due, se c’è, consiglieresti a un aspirante scrittore di iniziare?

Anche qui, motivazioni primarie e secondarie. Primarie, preferisco i racconti, ma appunto, è una preferenza. Anche perché non ho ancora capito se il romanzo avrà un nuovo sviluppo o sta collassando (non abbiamo più tempo o abbiamo necessità di guadagnare tempo per leggere e guardare altro. E frequentare i social). Nell’attesa di capirci qualcosa, mi limito a suggerire un trucco per le motivazioni secondarie: ascoltate il fantasma, se vuole raccontarvi solo un pezzo di una storia, scegliete il racconto, se il fantasma vi suggerisce un grande tema, andate sul romanzo.

P.s. Inizio sempre con Cechov.

Una frase di Giorgio Manganelli recita: “La mala salute va a nozze con la scrittura. Il malessere è l’inchiostro dello scrivere”. Quanto di tuo ritrovi in questa frase?

Si scrive sotto influenza del fantasma, appunto, quindi quando lo ascolti qualcosa non torna nella tua vita. Ma si riscrive cercando di esprimere al meglio e anche di correggere le parole del fantasma. Meglio stare bene con la testa. Concentrato, è importante, in quella fase, limitare le influenze esterne e interne. Quindi per riscrivere, aiuta essere lucidi e orfani dai malesseri. E poi, appena prima di finire un racconto, un romanzo, un saggio, un’opera c’è un momento in cui provi una felicità incredibile, e senti un’energia che non pensavi di avere. In quel momento nessun malessere ti può impedire di sentire così intensamente la vita. 

P.s. Poi passa, ovvio.

Perché pensi sia utile frequentare un corso di scrittura? E perché proprio il tuo?

Giusto: perché baso tutto il mio corso sulla ricerca della propria voce, non sulla imposizione di canoni e regole. Quindi, prima la voce (cioè interrogare continuamente l’altro, per capire), poi l’ascolto, la definizione (dunque, le regole per disciplinare la vostra voce, non la mia) e la scrittura. Dopo la correzione: però teorica, cioè, parliamo del racconto fino allo sfinimento, fino al punto che o usciamo con le idee chiare o non ne usciamo più. Quindi staremo male insieme e bene il doppio una volta che il racconto sarà concluso.

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