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Una faina e i suoi “stupidi intenti”: esordio strepitoso di Bernardo Zannoni

Recensione "I miei stupidi intenti"

Ce ne parla Mariangela Compasso in questo articolo.

“La vecchia volpe prese un lato dell’oggetto e lo aprì. Aveva tante strisce sottili legate assieme, piene di simboli mai visti, incisi in linee orizzontali.
«È detto qui, è la parola di Dio. Ognuno ha una sua fine».
«Chi è Dio?».
«È il padre del mondo».
La vecchia volpe si asciugò di nuovo le lacrime.
«L’unico che non muore».”

Parto da questo dialogo tra Archy e Solomon per parlare di I miei stupidi intenti (2021), romanzo d’esordio di Bernardo Zannoni, pubblicato da Sellerio nella collana Il contesto (p. 252), vincitore del Premio Bagutta Opera Prima e finalista al Premio Salerno Libro d’Europa.

Racconta la storia di Archy e del suo rapporto con Dio. È ciò che si potrebbe definire un Bildungsroman, solo che al posto di adolescenti con tripudi ormonali c’è una faina con angosce esistenziali.

Sì, il protagonista di questo romanzo è una faina, inquieta e curiosa. Orfano di padre, Archy ha due fratelli, Leroy e Otis, due sorelle, Cara e Louise, un fratello morto appena dopo la nascita degnamente comparso per poche righe, Giosuè, e una mamma anaffettiva, Annette, che un giorno decide di venderlo in cambio di cibo all’usuraio Solomon, una volpe temuta da tutti gli animali del bosco. Archy non sembra godere di un destino favorevole: zoppo a causa di una caduta, considerato un impiccio dalla madre poiché inutile per la caccia, finisce a fare il servetto di una volpe ingrata. Invece, l’incontro con Solomon cambierà la sua vita.

Inizialmente ostile nei confronti della piccola faina, la volpe troverà, poi, nel suo assistente quella propensione alla razionalità tipica del mondo umano al quale sente di appartenere. Percependo una somiglianza tra loro, un legame quasi ancestrale, gli insegnerà a leggere e a scrivere, gli metterà tra le zampe il proprio tesoro, la Bibbia, un “oggetto dell’uomo” nel quale è riportata la parola di Dio, il creatore di ogni cosa, colui che non muore, perché la morte ha a che fare con la terra, con gli animali, non riguarda il cielo, e gli umani possono salvarsi dalla fine terrena grazie all’anima e alla fede. Inizierà, quindi, per Archy quella ricerca del divino che sarà anche ricerca di sé stesso, incontro con le sue paure, i suoi limiti, i suoi sentimenti. Scoprirà le insidie del mondo, cioè del bosco, la “crudeltà” di Dio quando gli sarà rivelata una verità sconfortante: l’ineluttabilità della morte.

Il simbolismo biblico è poeticamente presente in tutto il romanzo, a cominciare dai nomi: Solomon ricorda Salomone, il Re d’Israele famoso per la sua saggezza, il cane guardiano di Solomon si chiama Gioele come il profeta, i Tre Torrenti rimandano alla Trinità. Lo stesso Archy, messo alla berlina da alcuni animali per la sua disabilità, fa pensare a un verso del Libro dei Re (V-8) «Il cieco e lo zoppo non entreranno nel tempio».

Narrato in prima persona, con l’effetto memoir, I miei stupidi intenti ha tutte le caratteristiche della letteratura favolistica: animali parlanti che incarnano vizi umani, luoghi reali in cui si svolgono le vicende, presenza di una morale, seppur non convenzionale.

Viene in mente La fattoria degli animali, ma sarebbe riduttivo citare solo Orwell. Zannoni riesce sapientemente a far vivere i filosofi attraverso i personaggi di Esopo.

La parte in cui Archy riflette sull’origine del male prende molto dalla filosofia, in particolare da Sant’Agostino: «Mi assolsi, e feci pace con chi mi aveva ferito, perché al di fuori delle nostre teste, ogni dolore non ha peso: perché il male non esiste». Questo soliloquio è ontologia agostiniana allo stato puro, ricalca la visione del male analizzata nel Capitolo XII del Libro settimo delle Confessioni. Troviamo tracce delle Confessioni, Libro undicesimo in cui il tema è il tempo, anche tra le pagine in cui Archy scopre un altro oggetto dell’uomo, uno strumento che «misura il prima e il dopo».

Tutto il romanzo ha lo spessore di un saggio filosofico. In uno dei dialoghi più belli e più potenti del libro cosa si cela se non l’angoscia heideggeriana dell’essere-per-la-morte?:

“«Sai cos’è la morte, Archy?». Lo guardai. Con gli occhi mi pregava di rispondere. «È quando gli altri se ne vanno. Si addormentano per sempre». Il sangue mi si gelò nelle vene. Per un attimo fui colto da una profonda paura, radicata nell’animo, che mi intimò di uscire da quella stanza e correre via”.

Ma, nonostante il tema della morte accompagni la lettura fino all’ultima pagina, il romanzo è un inno alla vita, alla libertà, alla consapevolezza della propria natura, seppure limitata, «Ero un animale. Ero felice». È una dichiarazione d’amore alla letteratura, che è immune al tempo. Archy deciderà di scrivere la propria storia, così come farà Solomon, costruirà con il sangue il proprio ricordo, imparerà a rilegare le pagine del libro che lo custodirà, perché se è vero che «il giorno di andare arriva per tutti» è vero anche che nessuno sarà dimenticato se affiderà alla scrittura ciò che è stato, perché le parole non sono evanescenti. «Appartengono alla carta e restano».

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